Diana e Carlo, Lady D e Dodi poi… l’11 settembre, ma che c’azzecca?

Posted on 12/09/2012

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lady d

-Di Carmen Gueye

Era il 29 luglio 1981 in televisione trasmettevano il matrimonio del secolo, in diretta!
Il sussiegoso Carlo pareva passare di lì per caso; accanto a lui Diana Spencer, una virginea fanciulla dai tratti tipicamente anglosassoni, incedeva un po’ goffa, nell’abito grande come un paracadute, esso pure così “british”.
L’evento si rivelò abbastanza stucchevole e lo archiviai presto: alla scuola di inglese le insegnanti madrelingua tripudiavano per il “love wedding”, mentre il resto del mondo, noi italiani compresi, alludeva a una sposa scelta giovanissima e a tavolino, per alcune sue virtù e non certo perché il principe ne fosse follemente innamorato.
La seguii per un poco: presto accordò ai sudditi il regalo di un erede al trono, e a seguire il cadetto, andandosene in giro in mises castigate, per rappresentare i valori tradizionali della cara, vecchia Inghilterra a rischio decadenza. La tristezza sul suo volto era evidente, ma, pensavo, ognuno segue il destino che si è scelto: e quello del privilegio avrà pure i suoi pezzi.

Tot anni dopo…
la dolce ragazza inglese non c’era più.

Ma cos’ era stata la Gran Bretagna per gente come noi? Tutto! Beatles e Rolling Stones, Mary Quant e Carnaby Street, e pure il fascino di quella regina che sembrava un po’ impagliata, ma almeno seria e attenta ai doveri. Che quella nazione avesse avuto in mano i destini del mondo per secoli, e non con le buone maniere, diventava quasi un’epopea fascinosa, trasmessa dai film dei cugini americani, con quegli ufficiali in divisa e codini, un po’ pirati e un po’ signori, anche perché a interpretarli chiamavano la crème della recitazione anglosassone, da Charles Naughton a Trevor Howard.

Il fascino della lingua inglese contagiò i nostri gusti e presto fummo sedotti dal sogno americano: in fondo, dopo aver ammesso i propri errori, molti statunitensi sembravano voler sviluppare una cultura dei diritti e il rispetto delle minoranze, e l’arte faceva il resto: davanti a Via col vento o ad Apocalipse Now, vedevamo una civiltà fiorire, sbagliare ma , in seguito, andare verso la direzione di un ritiro dalle scene di violenza: nel 1975 la guerra del Vietnam terminò e pensammo che finalmente De Tocqueville avrebbe potuto trovare il suo spazio. Senza contare che gli angloamericani ci avevano liberato da Hitler!

E’ naif, tutto questo, ne siamo consci, ma in poche righe dobbiamo prima esporre i nostri sogni e in seguito spiegare perché li abbiamo messi nel cassetto. Non li rinneghiamo: eravamo giovani , sognavamo anche noi un concerto di Mike Jagger a Essaouira o “Imagine” realizzata nel suo aspetto migliore per bocca del “ribelle “ Lennon o, perché no, un ranch nel Montana dove raccontare vecchie storie vicino al fuoco o, meglio ancora, una bella marcia per il black people a Times Square, anche se Malcom X, a noi bianchi, non ci voleva tra i piedi.

Torniamo a Lady D. A un certo punto circolò voce che il suo matrimonio fosse in crisi: Carlo aveva sempre avuto un’altra donna (che nell’attesa di riprenderselo si era sposata e aveva avuto dei figli), mentre la principessa si divagava con scudieri e guardie del corpo. Biechi pettegolezzi, ma infine, l’ipocrisia non vinse, lei non stette più al gioco, volle divorziare.

La vita insegna che se si esce dalla gabbia dorata, ci sarà da soffrire. La gabbia opprime, ma protegge. Fuori, c’è la vita vera. E, benchè vissuta nel lusso degli alimenti a lei dovuti, la Spencer, privata del titolo di Altezza Reale (a noi repubblicani parrà poca cosa, ma in quegli ambiti è un ukase) , dovette ricrearsi un ambiente. Operò le sue scelte. Era ancora giovane e non sapeva nuotare in quell’acqua “mondana”: optò per il mondo della moda e del rock, forse per evitare di perdere visibilità, ma imboccò, forse un po’ ingenuamente, anche la strada umanitaria e si lasciò andare a strani discorsi.
La forza dell’Inghilterra è il suo popolo, diceva, e crediamo fosse sincera; un popolo, quello d’Albione, nato di modeste pretese, umile, che ha vissuto la miseria e le privazioni, costretto a emigrare al pari di ucraini, greci o italiani, ma questo non veniva mai detto: si preferiva l’icona di Ascot e della City, quella vincente.

Ohibò, si commentò allora: questa pretende di pensare, di avere idee e magari di ergersi a opinionista di gran levatura? Ma si goda le sterline e stia zitta!

Lei invece continuava: non incontrava più capi di stato o first lady, ma malati di AIDS o ragazzi mutilati dalle mine: e tutti a dire che era una posa, come quando portava i suoi figli al Luna park insieme a quelli della servitù.

In molti erano pronti a scommettere che si sarebbe presto trasferita negli Stati Uniti (altra bomba dei tabloid, avrebbe avuto un debole per John Kennedy Jr, anch’egli scomparso poi in circostanze misteriose), ma non v’è traccia di simili intenzioni. L’era Reagan aveva precipitato gli States indietro di decenni, tra ricevimenti alla Casa Bianca dove il ciambellano era “don ” Frank Sinatra e un rinnovato odio verso l’Europa, che anche le pellicole riflettevano: zio Sam è e sarà sempre il migliore! E pazienza se nel frattempo lo spagnolo era diventata seconda lingua e di americani whasp se ne contavano sempre meno.

Avanzava subdolo un pericolo: il terrorismo. L’Unione Sovietica non esisteva più, ma credevamo forse di poter vivere tranquilli? Nossignore: esplosioni di aerei in volo, bombe, l’ansia ricominciava. Il nuovo nemico aveva le sembianze arabe.

A quel punto, un osservatore medio avrebbe dovuto saltare sulla sedia: e da quando? I petrodollari serravano americani e sauditi in un patto d’acciaio e dal medio oriente studenti e professionisti, purché con il portafoglio in regola, erano sempre i benvenuti. Iniziò a circolare il nome di un certo Bin Laden, soprattutto dopo l’attentato alla torre Sud del 1993: a qualcuno pareva che in passato avesse aiutato gli States contro la Russia, ma…ma poi gli affanni quotidiani ci divorano e non pensiamo più alle stranezze o alle incongruenze. Ci sono i potenti, quelli che votiamo noi nelle nostre splendide democrazie, delegati a scegliere per noi. Io ho l’ulcera, il mutuo e il figlio che mi va male a scuola, lasciatemi in pace.

No, Diana stava bene in Europa. Le piaceva il mare e accettò l’invito, esteso ai propri figli, di un vecchio amico di suo padre, l’uomo d’affari egiziano Mohammed Al Fayed, talvolta visto in compagnia della regina: un nababbo e come tale sempre omaggiato dai sudditi vip di Sua Maestà. Era proprietario di Harrods, presidente di una squadra di calcio, aveva possidementi in mezzo continente e nessuno ce l’aveva con lui, anzi: era anche parente del mitico Adnan Khashoggi, uno che, se entrava a Portofino, cacciavano i turisti beceri per fargli posto. Insomma, pecunia non olet.

La principessa, tra un impegno umanitario in Serbia e un altro in Angola, si concesse una vacanza sullo Yacht di Mohammed e trascorse un po’ di tempo in una sua dimora in Costa azzurra, con i principini peraltro entusiati.

Tutto bene? Sembrerebbe proprio di no. Si sa che nella famiglia d’origine lei non godeva di molto credito, anzi la madre me disprezzava il fallimento matrimoniale; amici, veri, doveva averne pochi: forse Elton John, un’astrologa (ex suora), una terapista olistica… E poi, cos’era quel vezzo di strizzare l’occhio al cattolicesimo incontrando Madre Teresa? Che tante volte fiancheggiasse l’IRA?

E’ probabile non si rendesse bene conto del ginepraio in cui si era ficcata, a parte il perenne timore, riportato in qualche lettera, di dare troppo fastidio all’ex marito e al suocero, che la detestavano con regale gelo. Finché scoppiò la bomba della relazione con lui: Dodi Al Fayed.

Il nostro non era un ragazzino: aveva 41 anni, un debole per le biondine californiane (già divorziato da una di queste arrampicatrici) e si dilettava a produrre film. Sarà stato pure viziato, come tanti rampolli; probabile subisse un po’ la forte personalità paterma. Ma l’odio che la cerchia di Diana gli riversò addosso fu inaudito. I servizi della BBC (mai visti in Italia, se non su satellite) mostrano i cortigiani di Diana sprezzanti verso l’ “arabo” e lo declassano a rango di riempitivo, visto che lei era stata “rifiutata” dal chirurgo pakistano Ahsnat Khan (comunque musulmano a propria volta). Inoltre, la sua migliore “amica” Rosa Monkton assicura che fosse da escludere una gravidanza, perchè Diana “aveva avuto il ciclo” (la Monkton aveva controllato di persona?); e il valletto, che su questa storia ha costruito una mezza fortuna scrivendo libri e con ospitate per il mondo, nemmeno nomina Dodi e, se lo fa, ostenta una smorfia di disgusto.

Insomma, la pattuglia inglese improvvisamente si scopre patriottica e comprime tutto in un flirt estivo. Per il quale, però, a noi pare strano che la principessa si sarebbe esposta a tal punto: non era così sprovveduta.

Saltiamo un momento i particolari della disgrazia e le ipotesi di complotto, per concentrarci sulle reazioni, che definiremmo disumane, dei media. Perfino un paio di giornalisti italiani, Sandro Paternostro prima e Antonio Capranica dopo, esperti di royal family, trattarono la coppia come un paio di mentecatti rimambiti dal sole del Mediterraneo. Così si distrugge un ricordo, soprattutto una credibilità. Nel 2005 Carlo si è risposato con Camilla Parker Bowles, la sua vera compagna di sempre, e questa volta non nascondeva una straripante e imbarazzante euforia (anche se , ci dicono, non è tutto quel rose e fiori).

I romani chiedevano “cui prodest”? E noi pure.
Gli incidenti accadono e non guardano in faccia nessuno, beninteso. Così morirono Astrid del Belgio e Grace di Monaco. Tuttavia, levandosi di torno, Diana ha fatto un bel piacere a tanta gente. Lei e Dodi si sarebbero sposati, avrebbero avuto presto un figlio, musulmano poi? Bene, niente più timori di commistioni che fanno molto comodo per rimpinguare l’economia, ma si rinnegano come una passeggiatrice di cui vergognarsi, se per caso entrano nelle nostre case.

Nessuno spese parole per lei, a parte il solito Elton (che ne fece un bel successo discografico, peraltro), men che meno gli amiconi americani che, coraggiosi come sempre, gettarono la colpa sui paparazzi: professionisti chiamati al telefono se la popolarità è in declino, e ignorati o peggio, come in questo caso, quando mezza parola di troppo potrebbe rovinare la carriera. Clooney, Stallone: li capiamo, poverini.

Lady Diana è stata manipolata, e più volte; ricche o meno che siano le vittime di una manipolazione, il fatto in sé ci indigna sempre. Prima fu santificata per rilanciare simboli e offerte valoriali in un paese e in un periodo in cui la cosa più rimarchevole erano le performance punk dei Sex Pistols; da morta, venne descritta come una povera demente, manovrata da un miliardario assetato di pubblicità. E si ricorda quanto fosse ben accetta durante le sue visite in determinati paesi, sempre pronta ad adattarsi ai rituali dei protocolli locali (non accavallare le gambe, per esempio). L’educazione viene subito traformata in fiancheggiamento…il che, pensando al carattere della donna, suona perfino ridicolo.

Dov’è la stranezza? Un bel quarantenne facoltoso, di quelli a cui le nostre starlettes correrebbero dietro come un leone con la gazzella, si invaghisce di una delle ragazze più famose del mondo e iniziano a frequentarsi; il futuro ci avrebbe dato una risposta (ammesso che a molti interessino tali vicende). Gli amori nascono, continuano, muoiono; invece no, per via dell’incidente il boccone ghiotto per le copertine di tutto il globo ci abbandonò e la monarchia inglese ritornò seria…per chi ci crede. A proposito, di recente abbiamo visto il principe Harry in costume adamitico.

Questo avveniva nel 1997. Al Fayed senior ha speso una fortuna per cercare quella che ritiene la verità, ma tutto ciò che ha ottenuto, per buona misura, è stata l’accusa di aver usato il figlio per mettersi in mostra; forse esagerò i primi tempi dopo la disgrazia, esibendo foto dei dei due morosi da Harrods, riteniamo stordito dal dolore.

Erano dunque una minaccia codesti “islamici”? Questo genere di famiglie vive all’occidentale, tra gli Stati Uniti, Parigi, spiagge caraibiche, feste e mondanità. Sono dei laici come tanti cristiani, che adottano uno stile di vita basato sui propri gusti e non da stretti osservanti. Riteniamo che Lady D fosse animata dal desiderio di rivalsa verso la sua ex famiglia reale (pretesa utopica, cosa smuove quel tipo di personaggi?), ma non si sarebbe spinta a rischiare maternità incaute, almeno in quella fase. Forse qualcuno si è preoccupato oltre il dovuto e la situazione è precipitata.
Il leggendario servizio segreto inglese, MI6, certamente la sorvegliava (non più per proteggerla, però), mentre, d’altro canto, la protezione offerta da Mohammed era insufficiente, fidando troppo sulle guardie del corpo: due inglesi che, come si è visto (uno non era in macchina, l’altro, sfigurato, è sparito dalla circolazione ma ha rilasciato dichiarazioni) si sono preoccupati sostanzialmente di parlare malissimo del loro ex datore di lavoro. Insomma, il Regno Unito prende gli investimenti, ma è pronto a ripudiare chi gli dà da mangiare. Le compagnie petrolifere inglesi vengono a patti con quel mondo per combinare affari, ma è tornata l’albagia di un tempo.

Dal 1997 al 2001 si intensificò l’atmosfera di terrore, soprattutto dopo gli attentati alle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania, del 1998. Tuttavia, tra la popolazione, non v’erano rilevanti sentimenti di avversione a una religione in particolare. In Italia, l’allarme riguardava le dimensioni del fenomeno dell’immigrazione, cui si era giunti impreparati, ma a volte le etnie più sotto accusa erano ben altre: dai sudamericani, ritenuti troppo inclini alle risse sanguinose, agli albanesi e nigeriani, rei di sfruttare e con crudeltà la prostituzione (che poi lo Stivale vi mostri una propensione maggiore di altri paesi, andrebbe valutato…). Si parlava dunque di popoli perlopiù cristiani (molti aiutati dalla chiesa cattolica a venire da noi, in un modo o nell’altro); o , se il timore riguardava il gran numero di cinesi sempre in aumento, qui la religione non entrava proprio in tema, essendo gli orientali spesso dediti a pratiche del tutto diverse, quando non siano atei o talora anche cristiani.

Non noi, ma la BBC (fonte History Channel) ci ha parlato a lungo degli anni delle trattative tra americani e talebani, considerati quasi a rango di veri padroni dell’Afghanistan, e questo per le risorse energetiche e i condotti, le pipelines che da quelle parti devono passare; né può sfuggire la figura di Massoud, un patriota afghano che non voleva le multinazionali tra i piedi e detestava i compromessi talebani (parola sconosciuta fino ad allora e che significa soltano “studente”, ma oggi divenuta archetipo del peggio).

Nel 1980, all’esame di geografia, dovevamo portare in corso monografico proprio l’Afghanistan, e ancora non c’era stata l’invasione russa. Così leggemmo che le donne portavano il burqua, considerato protettivo sia per i pericoli reali che si correvano in giro, che per difendersi dalla micidiale polvere che si solleva in quei luoghi. E giuro che non veniva deprecato nulla di quelle usanze: anzi, l’intellettuale e l’antropologo che è in ogni autore di testi universitari le trova sempre intriganti e degne di attenzione…

Tutto ciò per arrivare alla costernazione che mi afferrò quel giorno. Non citerò le mie innumerevoli letture, tutti i servizi che ho più volte guardato e riguardato, perchè New York è legata a miei ricordi personali e qualunque cosa di buono potessi dirne è filtrata dai miei sentimenti. Farò una breve cronaca del mio sentire istintivo, una assoluta novità per chi si interessa al giorno fatale, una piccola cosa.

Sto traslocando, quando vengo a sapere telefonicamente della notizia. Accendo la televisione e vedo il problema: c’è fuoco, mi piange il cuore perché qualcuno sarà morto per forza, ma non ho tempo per soffermarmi, e un operaio che sta lavorando allo smontaggio dei mobili mi avvisa che “c’è la guerra”.
Riaccendo il televisore un po’ di ore dopo e non c’è più nulla. Impossibile, mi dico: ricordo bene quando ci raccontavano che quegli edifici erano stati progettati per l’indistruttibilità e d’altronde la loro stessa mole escludeva uno sbriciolamento, a meno di effettuare bombardamenti mirati e continui (discorso estendibile ad altri simili , come la ex “Sears Tower” di Chicago, coetanea delle gemelle).

Ma i mesi passano, sono molto affaccendata e, mi si conceda, anche addolorata: lì avevo trascorso il viaggio di nozze, lassù mi ero sentita afferrata da quel paesaggio quasi ultraterreno, con la curvatura della terra in evidenza e lo sguardo che vagava per centinaia di chilometri. Ignoro tutti i programmi e gli articoli che ne trattano. Trascorrono anni.

Nel frattempo il web ha assunto una potenza inimmaginabile (almeno da noi comuni mortali) e sono nate televisioni alternative, canali satellitari. Pian piano, superando qualche pregiudizio (non ho mai creduto che i fatti vadano come sembra, perchè la cecità umana occulta la verità, forse pure per non affliggerci con troppe ambasce), mi accosto con umiltà ai resoconti, osservo, ascolto, navigo, acquisto libri. Mi rimetto a studiare una materia che non avevo mai troppo coltivato, la fisica; passo e ripasso i filmati di tutto l’intero evento, dei quattro aerei, le biografie dei 19 terroristi, già noti pochi giorni dopo il disastro; resto basita davanti all’atteggiamento di “molto intelligenti” quali Giuliano Ferrara o Oriana Fallaci, quelli “contro”, gli anticonformisti: alla faccia!

Non ho molto da aggiungere, tecnicamente, avendo già trattato l’argomento dal punto di vista del comune cittadino in precedenti occasioni, reperibili in rete: mi ripeterei. Citerò solo le fonti:

in web:

Luogocomune
Come Don Chisciotte
September Clues
Zeitgeist
Inganno globale (Massimo Mazzucco)
Xoomer Virgilio.

Libri: Il mito dell’11 settembre e l’opzione dottor Stranamore, di Roberto Quaglia.

Televisione: SKY, archivi Nat Geo e History Channel (con le versioni ufficiali più volte modificate).

In bocca al lupo, per chi avesse voglia di cimentarsi nell’impresa, ma probabilmente ne sa più di me e capirà prima certi dettagli tecnici che mi hanno fatto impazzire. Peraltro è tutto documentato con le fonti.

D’altro canto esistono i debunkers, ovvero coloro che sostengono la (le) versione/i ufficiale/i. Negli Stati Uniti troviamo attivissimi i Popular Mechanics; in Italia c’è….Attivissimo Paolo, con il suo “Crono911” , a onor del vero, tutti alquanto approssimativi. Il punto di vista è: io non devo dimostrare nulla.

Concludiamo per chi ha avuto la pazienza di leggere fino qui. Guai a chi non corre nel mainstream, la corrente principale. In questo caso, una semplice signora come la sottoscritta, impegnata in genere a vivere la propria vita, ha trovato la chiave di volta del lavaggio del cervello, s’è analizzata quello ricevuto e ha compreso perché andava sempre a sbattere la testa contro i mulini a vento, mentre la maggioranza le passava accanto grata del becchime, senza rischiare accuse pesanti e insinuazioni al limite della diffamazione.

Mi sento Lady D, mi sento Massoud, non per presunzione: è che ne vorrei tanti, così, nella vita di tutti giorni, ma vivi!