Basilicata, terra selvaggia e natura incontaminata, ora trovato il petrolio.

Posted on 24/08/2012

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basilicata

-Di Carmen Gueye

C’è voluto un film come “Basilicata Coast to Coast” (2010), scritto e diretto dalla star del posto Rocco Papaleo (oggi assurto a rango di divo nazionale), pellicola infarcita di nomi famosi come Alessandro Gassman e Giovanna Mezzogiorno, per far parlare di questa regione misconosciuta del nostro sud.
Manco a dirlo, i lucani non hanno esultato per questa lettura inconsueta del loro territorio ma, si sa, “nemo propheta in patria”, e così è finita che l’opera è piaciuta di più dove ha suscitato nuove curiosità, e perfino nel profondo nord.
Lasciamo la trama del film a chi vorrà vederlo in DVD e concentriamoci sul luogo. Già si parte in salita, con due nomi, l’altro è Lucania, attorno ai quali sono sorte infinite dispute riguardo all’origine e al significato. Non meno si polemizza sui ceppi etnici più o meno dominanti, anche se le morfologie e la lingua fanno decisamente pensare a parentele con gli antichi popoli adriatici e della bassa Campania, miscelati attraverso le invasioni, le dominazioni, i passaggi di mano, tra i quali spicca la presenza normanna. Federico II di Svevia soggiornò a lungo a nord di Potenza e a lui si devono i castelli di Melfi e Lagopesole. Nel primo si vogliono scritte le “Costituzioni melfitane” (1231), sorta di prima legge moderna nella non ancora denominata Italia.
In definitiva, a parte il lontano passato fatto anche di accese vicende belliche durante l’impero romano, questa è stata terra di conquista, quando non di regalia: basti pensare che vi prese qualcosa anche la famiglia D’Oria di Genova, in cambio di alleanze, nulla probabilmente sapendo di ciò che veniva elargito in premio.

Sostanzialmente però, la fama e una reputazione non sempre gradita sono state ottenute dopo la pubblicazione di “Cristo si è fermato a Eboli” del torinese Carlo Levi, confinato durante il fascismo a Gagliano, oggi Aliano, in provincia di Matera, paese che amò al punto da disporre che lì dovesse trovarsi la sua sepoltura.
Il libro è pregevole e conosciuto un po’ in tutto il mondo, ma, se è concessa una critica, il piglio dell’intellettuale con forti stimoli verso la conoscenza antropologica, prevale a volte sulla realtà dei fatti.
C’era molta povertà negli anni trenta del secolo scorso, ma non solo laggiù; ignoranza e debolezza del ceto borghese erano gravi manchevolezze sociali, che però, alla lunga, come abbiamo scoperto in tempi più recenti, non mancavano in tutta la penisola e hanno portato allo sfascio morale di tutta una nazione.

Crediamo che i difetti strutturali con cui è partita l’unificazione italiana abbiano ovviamente inciso di più laddove più scarso era l’interesse del potere centrale, borbonico, savoiardo o repubblicano che sia stato; né ci interessa più che tanto una deragliante querelle intorno a chi sia stato a sfruttare e depredare di più queste un tempo boscose terre; e meno ancora vorremmo, in queste poche righe, santificare il fenomeno del brigantaggio, anch’esso oggetto di una recente fiction interpretata da bei fusti e avvenenti donzelle, che si muovevano sul set come chi vi ha poco a che spartire.
La protesta clandestina di questi personaggi, tra cui il più famoso rimane Ninco Nanco, sanno di saga ed epopea, di rivolta contro il potere, ma pure di violenza contro i deboli.

La Basilicata ha goduto i favori di qualche potente politico democristiano, ha poi conosciuto svolte progressiste, ma è rimasta al palo, complice anche una terra ballerina che subisce periodicamente sismi devastanti. I suoi figli, parecchi e sparsi per il mondo, famosi o meno, ma spesso scambiati per napoletani, calabresi o pugliesi, non fanno molto rumore e lavorano in silenzio, nel solco di un individualismo che li porta a non “fare gruppo”, come i vicini di casa del meridione. La realtà però è che si continua ad emigrare e la natalità è molto bassa: non c’è futuro.

Ma, si dirà, le risorse non mancano! Eccome, rispondiamo: non sono mai mancate. A cominciare dall’acqua, ottima e diffusa a suo tempo attraverso una rete di architettoniche fontane; e alle possibilità date da una vocazione agricola, che portò la piana di Metaponto (già patria di Pitagora) a far concorrenza a Israele nella produzione di pompelmi, per non parlare delle potenzialità turistiche non colte. Matera, con i suoi Sassi, è un sito “cult”, ma ancora fuori dalle rotte che contano e non si è riusciti tuttora a realizzare un aeroporto!
Si è passati dall’esperienza industriale (per un periodo si produssero famosi salotti) ma, come la crisi ha fatto capolino negli anni passati, poco ne è rimasto. Qualcosa muove, per esempio, il gruppo Marcegaglia e ne riceve gratitudine: il lavoro è lavoro.

Dunque, potremmo muovere molti “j’accuse”. Soprattutto ai governi indifferenti (altro che protesta leghista) e , in conseguenza, a quelli locali, che sono apparsi neghittosi. Fino a che non si è scoperto il petrolio.

Allora sì che capirci quacosa è diventato ancor più arduo. E’ giusto accettare lo stravolgimento di un paese, in cambio dei benefits? Bonus benzina, libri di scuola gratuiti e cose del genere, sopiscono le coscienze e fanno dimenticare discariche e tumori galoppanti?

Il dibattito è aperto; ancora freschi di un soggiorno, abbiamo sentito pareri discordanti. E allora noi vogliamo ricordare la “nostra” Basilicata: il fertile Vulture produttore dell’Aglianico doc, i paesi arroccati, la natura selvaggia, i profumi antichi ancora presenti nella cucina locale, tencemente tenuta in vita dai lucani, i riti a mezzo tra il paganesimo e la cristianità, i vasti pianori rilucenti di sfumature degne di scenari hollywoodiani e i racconti un po’ misteriosi che ci facevano i nostri nonni, al fioco chiarore di un lume ad olio.

In bocca al lupo, Lucania: ne hai bisogno, come l’Italia tutta.