Crisi, spread e povertà

Posted on 21/07/2012

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-Di Donatella Amina Salina

Dopo la riforma delle pensioni e quella del mercato del lavoro si vede chiaramente che la cura Monti uccide il malato. I dati ISTAT parlano di almeno otto milioni di poveri relativi, ovvero quei cittadini che non riescono a prendere più di mille euro al mese in due. In quest’esercito di persone che hanno quotidianamente il problema di mettere assieme il pranzo con la cena ci sono tre milioni di poveri assoluti che sono ridotti all’indigenza estrema, quella che ti costringe alle mense Caritas o a dormire nei dormitori.

Particolarmente grave è in Italia la percentuale dei bambini poveri, circa il 25%. Spesso vanno a scuola saltuariamente e sono esclusi da moltissime attività formative perché i genitori non possono pagare il costo di un viaggio studio o della palestra; per non parlare dell’Università dove ormai i figli degli operai e degli impiegati di basso livello sono una minoranza assoluta.
Lo spread è ormai quasi a 500 punti, mentre non si vedono ricette per la crescita. Viceversa lo Stato si ritira dai servizi pubblici con pre-pensionamenti che sfioreranno le trecentomila unità senza contare le mancate assunzioni. Soffrono gli impiegati pubblici che hanno avuto rinnovi contrattuali a perdere negli ultimi dieci anni e che fino al 2020 non vedranno un euro di aumento per stipendi appena sopra la soglia della povertà relativa.
Chissà se uno di questi signori “superpagati” riuscirebbe a vivere con 1200 euro al mese.

Soffrono ancor di più i lavoratori del privato perché la contrazione delle commesse pubbliche dello Stato, ma anche delle imprese statali come Fincantieri, distrutta da un management incapace, sta portando al collasso centinaia di aziende private di cui lo Stato è creditore per milioni di euro.

La diminuzione del PIL è certa, così saremo in recessione fino a tutto il 2013; maggiori interessi passivi sul debito fanno sì che  quest’ultimo rischi di aumentare del 20% nei prossimi mesi. Così regaleremo altri miliardi alle banche d’affari e agli Stati che si sono comprati il nostro debito per speculazione.
Questa politica economica di tipo neo-liberista ha già quasi distrutto l’Europa e gli USA negli anni Trenta e fu solo grazie a Keynes che si riuscì ad avere una ripresa del ciclo economico.
Il boom italiano degli anni Sessanta sarebbe stato impensabile senza i massicci aiuti americani degli anni precedenti e senza l’intervento dello Stato e di imprenditori lungimiranti come Adriano Olivetti, l’unico a costruire un’azienda a misura d’uomo guadagnandoci su.

In Italia è durato poco, i Marchionne hanno più successo, l’operaio è solo merce da spremere, lo Stato una vacca da mungere e il senso civico non esiste. Si parla naturalmente dei grossi imprenditori, non dei piccoli che tirano avanti a fatica.

In generale non ci sono idee, sembra che tutti abbiano dimenticato a casa il foglietto del come si parla di crescita ma non si capisce attraverso quali misure. Non possiamo certo far concorrenza alla Cina pagando gli operai cento euro al mese, siamo costretti a produrre oggetti e servizi migliori rispetto ai cosiddetti paesi emergenti. Ma non esiste un piano di politica industriale che salvaguardi i settori di punta che pure ci sono e continuano a vendere all’estero i prodotti nonostante la crisi, sostenendo la nascita di imprese competitive nella qualità e non nel basso prezzo, sviluppando, ad esempio, i servizi turistici, quelli alla persona, creando un welfare che possa rispondere subito alle necessità di chi è indebitato, perde la casa o il lavoro.

Le idee in Italia non mancano, mancano i soldi per realizzarle, così la fuga di cervelli dura da anni.
Quello che fa male a vedersi è l’insensibilità assoluta che questi governanti hanno verso gli ultimi. Qualche giorno fa il ministro Barca a “In onda” (un programma TV) non ha saputo rispondere in alcun modo alla richiesta di aiuto di un ex capo del personale ammalatosi e finito per strada. Gli ha risposto che prima di 4 o 6 anni, il tempo per l’applicazione della riforma Fornero, non sarà possibile venire incontro ad alcuna richiesta, fatto salvo per il lavoro dei servizi sociali, che tra l’altro rischiano il collasso per mancanza di fondi.

Allora perché non si tassa quel 10% di italiani che possiede il 50% della ricchezza? La sinistra tace e il paese affonda.

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