Un libro mai così attuale, di Fabrizio Gatti “Bilal”, Rizzoli 2008

Posted on 10/07/2012

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-Di Francesca Pongiglione

Bilal – un titolo che deriva dal nome che l’autore, Fabrizio Gatti, sceglie per sé quando, in una notte di ottobre, si butta in mare a Lampedusa, fingendosi il superstite di un naufragio di una delle tante imbarcazioni di clandestini che arrivano in Italia. La ragione è quella di vivere in prima persona l’esperienza della reclusione in uno “campo di accoglienza” per profughi, dando una voce alle parole di sofferenza degli immigrati che giungono stremati nel nostro paese, parole che altrimenti resterebbero mute.
Ma non solo a Lampedusa si svolge questo reportage giornalistico. L’autore parte da Dakar, in Senegal, pronto a compiere il cammino dei clandestini che cercano di arrivare in Europa partendo dalle regioni a sud del Sahara. E così Fabrizio Gatti sale a bordo di camion stipati di persone che sognano il vecchio continente, spesso per sfuggire a situazioni di disperazione e miseria estrema, come ultimo appiglio per sperare di sopravvivere. È questo il denominatore comune che unisce le storie delle persone che il giornalista incontra nel suo percorso.

Questo romanzo racconta un mondo sommerso e ancora troppo sconosciuto dove non esistono diritti e dove l’essere umano è un accessorio, un mezzo. Dove per spostarsi da un paese all’altro non si può comprare semplicemente un biglietto aereo. Dove l’Europa vacilla nella sua figura di paladina dei diritti umani, perché è per difendere i suoi privilegi e le sue ricchezze che impedisce l’ingresso a chi cerca un po’ di speranza. È per non dividere una fortuna che ci è capitata in sorte, facendoci nascere dalla parte “giusta” del mondo, che rispediamo senza remore al suo destino chi è meno fortunato.

Ma forse, alla fine, il percorso più interessante raccontato in Bilal è quello che compie il dolore dentro l’animo umano. Percorso che ha il suo culmine quando l’autore, in un campo di pomodori in mezzo a tanti altri schiavi, di fronte all’ennesima violenza gratuita, con un moto di sgomento si accorge che non proverebbe nessuna pietà verso la sofferenza di uno degli aguzzini, e si rende conto di come ci si abitui facilmente alla violenza, tanto da interiorizzarla e finire per ritenerla l’unico mezzo per affrontare i conflitti. Finendo, in qualche modo, per legittimarla.

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“È stato facile diventare Bilal. È bastato polverizzare con la suola l’ultima cenere della carta d’identità. Ma da allora Bilal non se n’è più andato”, scrive Fabrizio Gatti. Anche per me, chiuso il suo libro, Bilal non se ne è più andato. Non è certo un romanzo strappalacrime, ma proprio perché, purtroppo, non è un romanzo, mi sono commossa leggendolo. E’ sostanza senza retorica, è carne e sangue. E’ un coro di voci e di volti che ti prende e non ti lascia più. Bilal ti coinvolge e poi ti sconvolge, togliendoti dagli occhi quel velo ipocrita che permette di non sentirsi responsabili.

Dovrebbe diventare libro di lettura in tutte le scuole medie d’Europa, come un tempo leggevamo “Cristo si è fermato a Eboli” per conoscere quell’Italia fatta di povertà e di emigrazione che ci eravamo da poco lasciati alle spalle. Allora eravamo “italiani brava gente”. Dopo la lettura di Bilal non riesco a dire lo stesso di noi italiani di oggi. Gatti descrive la stessa disperazione di allora, ma questa volta noi siamo dall’altra parte della barricata. Bilal è un libro necessario, anzi indispensabile. Per chi dice di amare l’Africa, per chi si dice viaggiatore, ma soprattutto per tutti noi che ogni giorno l’Africa la incontriamo nelle nostre città e ha il volto di tanti Bilal, Amadou, Mohamed, Fatima, Joseph, Amina… ”Se arriveranno vivi in Europa, li chiameranno addirittura disperati. Anche se sono tra i pochi al mondo ad avere ancora il coraggio di giocarsi la vita carichi di speranza”.
Fabrizio Gatti, Bilal. Rizzoli, 24/7; 2008.

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