Turchia: un paese emergente, anzi emerso.

Posted on 29/06/2012

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-Di Donatella Amina Salina

Ricordo la mia prima visita in Turchia vent’anni fa. Mi apparse un paese vivace ed aperto, ma completamente militarizzato. Tansu Ciller era primo ministro, i partiti religiosi ancora non contavano niente, si era ai primordi delle liberalizzazioni.
Ricordo una città bellissima, caotica, un enorme mercato con bancarelle ovunque, dove si vendeva qualsiasi cosa. C’erano i locali per i turisti, puliti e carini, e quelli per i turchi, molto più modesti, costituiti da un bancone di legno, panche e pareti spoglie, dove si potevano degustare tè alla mela e dolcetti (e l’onnipresente kebab).

Ritrovo una città vivacissima dove gli artigiani producono 14 ore al giorno, la lira turca non vale più poco, come prima, e i prezzi pur lievitati sono ragionevoli.
A Sultanahmet, dove alloggio, i laboratori artigianali danno vita a centinaia di migliaia di borse e scarpe l’anno, di una qualità pari alla nostra, costano un terzo delle scarpe e delle borse prodotte in Italia e ciò si ripercuote per tutta una gamma di prodotti.
Il caffè turco è stato parzialmente sostituito dal nescafé, che piace ai tedeschi e agli arabi del golfo che hanno scelto Istanbul e le vicine isole come luogo di villeggiatura.

Rivedo il museo Topkapi, il bastone di Mosè, il mantello della nobile Fatima, la spada del Profeta* e le spade dei 4 califfi ben diretti. L’Islam non tiene in eccessiva considerazione le reliquie, ma è comunque emozionante vedere degli oggetti appartenuti a Profeti o a persone che per la loro fede hanno meritato il Paradiso più alto.

L’islam è visibile più che altro nelle moschee e nelle tariqas, mentre le donne velate non sono tantissime come in Marocco, ma ci sono. Vestono come noi o come le egiziane, si vede che per cinquant’anni il kemalismo ha dominato il paese, si sente una cesura con il passato, come se i turchi dovessero rielaborare un loro Islam diverso da quello del tempo pre-kemalista (i ritratti del padre della patria sono dappertutto).

Questa impressione invece non l’ho avuta in Marocco, dove, tolta Casablanca, nelle città e nelle campagne l’abito tradizionale è il normale modo di vestire delle donne e anche di alcuni uomini.
Il paesaggio urbano in Turchia è dominato dalla modernità, mentre il Marocco risente moltissimo delle eredità tradizionali. Anche le case di Istanbul hanno un che di mitteleuropeo.

Da quello che ho potuto capire, a differenza dell’Egitto e della Tunisia, qui la libertà di coscienza è un dato di fatto. Io e mio marito ci siamo seduti in un luogo che credevamo un bar, era vuoto e c’erano solo i camerieri, salvo aver scoperto che invece si trattava di una birreria, non certo per stranieri. Però il caffè ce l’hanno portato lo stesso.

Economicamente, il paese è lanciatissimo con una crescita del PIL del 7% annua. Oltre al benessere materiale, Erdoğan sta pensando anche a quello spirituale. Sembra che da qualche tempo la frequentazione delle moschee sia molto aumentata, tanto che ne verrà costruita una grandissima e modernissima ad Istanbul.
La Turchia è oggi un paese con molte meno diseguaglianze rispetto al passato, anche se si lavora molto si vive abbastanza bene. In un ambito come quello i musulmani hanno tutte le possibilità per spingere la gente a fare il bene.

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