Violenza sulle donne, una triste realtà.

Posted on 26/06/2012

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-Di Carmen Gueye

Le statistiche parlano chiaro. Gli omicidi di donne in Italia viaggiano su numeri impressionanti, senza contare le violenze, denunciate e non, che si consumano spesso tra le mura familiari.
La cronaca, a volte tendenziosa, esalta il dato se i protagonisti non sono italiani; di più si calca la mano sul fattore religioso.
Noi vorremmo uscire da questo imbuto, perchè a nostro avviso non porta ad alcuna conclusione, né a soluzione del problema; soprattutto, da italiani, vorremmo indagare il fenomeno, quando, sempre più spesso, riguarda nostri connazionali.

L’Italia è stato a lungo un paese povero e ad economia rurale. Il diritto al voto alle donne fu concesso prima in Turchia che da noi (e molto più tardi, nel 1971, arrivò in Svizzera, per dirne una). Qui tutto si sbloccò nell’ultimo dopoguerra, quando il nostro paese entrò nella NATO, sotto l’ala protettrice delle potenze vincitrici del conflitto, che esigevano un cambio di passo.

Si sa com’è il popolo dello “Stivale”, o meglio quale è stata per lungo tempo la sua immagine all’estero: allegri, scanzonati, amanti di cuore e amore. Giornalisti di gran fama come Enzo Biagi rimpiangevano i bei vecchi tempi, quando la donna “aveva il mestolo in mano” e non importa se fuori dall’uscio di casa contasse poco e nulla. L’immagine prevalente, vincente, per decenni è stata quella della buona madre, possibilmente prolifica, di una famiglia patriarcale, in cui il rispetto era direttamente proporzionale al possesso delle virtù classiche di sottomissione, valentia casalinga (ricordate le “redzore” romagnole alla Rachele Mussolini?), fedeltà e sopportazione delle intemperanze maschili. Una volta anziana, la donna diventava finalmente personaggio autorevole per meriti acquisiti sul campo.

Poi arrivò il sessantotto, esplose il femminismo, passò la legge sul divorzio, si diffusero le pratiche di libera sessualità e maternità consapevole: tutte idee bene ispirate, soprattutto se rapportate al “delitto d’onore” o all’annullamento del matrimonio a disposizione di pochi abbienti, con matrimoni infernali sopportati perché mancava l’alternativa; si pensava che i nostri ora più acculturati compagni si sarebbero adeguati senza problemi.

Abbiamo l’impressione che qualcosa non abbia funzionato. L’Italia è fanalino di coda della natalità europea insieme alla Spagna  (un dato che dovrebbe far riflettere, attese le rispettive e affini tradizioni culturali dei due paesi), il matrimonio è un’istituzione più che mai in difficoltà e ora che le crisi globali picchiano duro, di riscoprire valori comuni alla coppia e vecchie intese, non si riesce a parlare.

Di più. Nonostante la presenza di un totem di culto come il Vaticano, i sentimenti solidi, le ricerche di qualcosa di non effimero, sembrano essere l’ultima preoccupazione delle generazioni, trasversalmente diremmo. Le nostre strade rigurgitano di prostituzione di ogni tipologia, i reati legati alla pornografia dilagano, per non parlare del turismo sessuale. Libertà, è stato il grido di battaglia per tanto tempo: bene, ora che c’è, è migliorato qualcosa?

A noi pare di no. E questa sconfitta brucia, per chi ci aveva creduto. Sarebbe onesto trattarne, da parte di chi si occupa di queste materie, senza per questo voler tirare l’acqua a un’idea della vita piuttosto che a un’altra, evitando l’approccio confessionale, solo guardando ai fatti.

Gli uomini accusano le donne di egoismo, carrierismo, grettezza; le separazioni sono quasi sempre “guerre dei Roses”, da cui, pare, il maschio esce tartassato economicamente e umanamente, furioso per la sconfitta; ma meglio non va neppure con i fidanzamenti e le relazioni in genere, quando a volerle rompere è lei e finisce spesso a coltellate. E poiché sopra accennammo al “divorzio all’italiana” così mirabilmente descritto dal regista Pietro Germi, bene: sembra essere tornato di moda, viste le sparizioni di tante donne sposate (o le loro morti misteriose), con un marito che guarda caso aveva sempre altri intrallazzi in corso e regolarmente cade dalle nuvole davanti agli inquirenti.

La situazione delle coppie è dunque un problema sociale, in un paese che dice di voler sostenere la famiglia e in definitiva la affossa, privo com’è di politiche acconce. Basti pensare ad altri paesi europei, dove l’assistenza sociale, gli asili nido, i contributi in denaro per ogni figlio, quantomeno sollevano da uno dei crucci a nostro avviso più pesanti, tra quelli che scatenano la violenza, ovvero la paura di non farcela, la mancanza di denaro e la prospettiva di finire quasi in strada (molti padri separarti dichiarano di vivere di espedienti).

Tuttavia anche gli uomini, continuando ad avallare una mentalità maschilista, in cui la donna conta solo per la sua bellezza e disponibilità, non mostrano che infantilismo e immaturità; prestigiosi giornali, anche progressisti non trovano di meglio che sbattere la “supermodella” in prima pagina, offrendo un ben scarso contributo al progresso sulla strada della parità, fino a far dubitare di averci mai veramente creduto e, viceversa, di aver sempre covato rancore per l’evoluzione femminile. Sempre che poi tale sia.

Una volta avevamo delle figure di donne che si battevano per i diritti delle sorelle più disgraziate, dei bambini, dei più deboli; oggi abbiamo tirato fuori dal cappello a cilindro una legge sullo stalking che ci guardiamo bene dal criticare (tutto può contribuire), ma non entra nel cuore della questione: la mancanza di dialogo, il “machismo”, la donna come trofeo e non come compagna di vita.
Quando il violento di turno inizia con le sue vessazioni, hai voglia a denunciarlo. Un caso per tutti, tra quelli tratti per esempio in “Amore Criminale” (RAI 3) è quello del genovese Luca Delfino, che finì per uccidere la sua ex con quaranta coltellate in pieno centro a Sanremo.

I reati per perseguire i molesti esistevano già nel codice, per esempio quello di violenza privata, e le condanne venivano regolarmente emesse anche prima (chi scrive seguì un caso nel proprio condominio); quello che serve è riprendere in mano, da parte dello Stato, l’educazione giovanile, laddove famiglie, stremate dalla rincorsa a far quadrare il bilancio, non riescono più.

Quando diciamo “educare” non pensiamo a campi di manipolazione mentale; e se pensiamo allo Stato, non abbiamo in mente un ministero, ma delle politiche sì, con l’aiuto dei media, magari. Se in una fiction o in una vicenda pubblica il vincente è sempre il disinvolto o il prepotente (andrà in galera? Ne uscirà presto!); se il boss malavitoso diventa spesso un uomo di culto nelle pellicole; se le donne verranno ammaliate dai compratori di corpi, perchè l’uomo che ama in fondo è visto sempre più come un debole destinato al fallimento, che cosa ci aspettiamo? Il ritorno del Dolce Stil Novo? Continueremo ad aprire il giornale o Internet e a leggere sell’ultimo sterminio di famiglia, dell’ ennesima tizia sparita e ritrovata con la corda al collo, e senza limiti di età: ormai anche molti anziani risolvono le diatribe con la violenza. E non vorremmo ricordare il lassismo nei confronti di tanti mostri, tra cui citeremo quelli del Circeo: una vera istigazione a delinquere.

In Italia, dice un mio amico a mo’ di battuta, “quattro serali, ce le abbiamo tutti”; intendendo, con questo, che non esiste più chi non abbia quel minimo di cultura per riflettere sulle sue azioni. Vogliamo consolarci con la figlia di immigrati “che voleva amare soltanto” ed ha pagato per questo? Lì forse c’è un padre analfabeta e oppresso dalle necessità, una madre che nessuno ha aiutato; ma noi, noi, che scuse abbiamo?

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