Il primato della coscienza nell’Islam: una conquista di civiltà.

Posted on 20/06/2012

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-Di Donatella Amina Salina

Nei primi anni della presenza dell’Islam in Italia, dopo secoli nei quali era di fatto impossibile la libertà religiosa, tutti gli interlocutori si trovarono in grosse difficoltà per dialogare con la comunità islamica, in quanto non abituati ad una comunità religiosa che non fosse in qualche modo una “chiesa”, organizzata cioè in modo piramidale, con un capo indiscusso e dei collaboratori che davano indicazioni su quello che doveva essere fatto.
Certamente nei primi anni dell’Islam era il Nobile Profeta Mohammad, su di lui la pace e la benedizione, a tenere unita la comunità. E di fatto, malgrado la frantumazione a livello organizzativo in diverse associazioni e federazioni, la Ummah è una ed indivisibile.

Dopo l’uccisione di Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, ultimo Califfo Ben Diretto e rappresentante della casa del Profeta, in quanto suo cugino e genero, le dinastie che si sono succedute nei paesi islamici, pur nel rafforzamento del ruolo mondiale dell’Islam, hanno realizzato delle autocrazie in cui è andata perdurta la collaborazuione tra il Califfo, capo spirituale della comunità, i suoi ministri ed il resto della comunità. L’istituto della shura, cioè della consultazione, è andato in disuso fino alle vere e proprie tirannidi dei tempi moderni.

La religione islamica è rimasta come fede popolare attraverso le zawie, le confraternite dei mistici, non di rado avverse ai potenti, attraverso la riflessione dei sapienti, di cui fa parte anche la giurisprudenza affidata ai faqih e agli ulema.
A Baghdad per secoli, sotto gli Abbasidi, la libertà di pensiero fu totale anche per chi non era musulmano o addirittura non credeva. Riunendo i sapienti di tutto il mondo allora conosciuto, il mondo islamico divenne il luogo di formazione per eccellenza anche per i cristiani stessi. Un Papa come Silvestro studiò prima del Mille in Andalusia nonostante fosse un frate e poi vescovo, parlava l’arabo e conosceva benissimo la filosofia orientale.

Purtroppo però l’isterilirsi del pensiero islamico dei secoli successivi portò a quell’atteggiamento di fatalismo, a ragione criticato dai maggiori esponenti dell’Islam contemporaneo e a secoli di acquiescenza cieca alle tirannidi.
Ulema pagati dallo Stato autorizzarono qualunque cosa rendendo di fatto lecite pratiche come la guerra e l’aggressione, la tortura, la repressione per le correnti politiche avverse al sultano o califfo regnante.

Fino a Burghiba, che scoraggiava il ramadan mangiando in pubblico e fece autorizzare l’uso del costume da bagno in pubblico per le donne, mentre di fatto Ben Ali mise al bando il velo. Governi laici e religiosi entrambi misero grossi limiti alla libertà d’espressione di stampa, di riunione e di associazione, mentre l’esercizio stesso della libertà individuale, in particolare in campo teologico, venne guardato con sospetto.

E’ storia di ieri quella di interi movimenti religiosi messi fuorilegge o massacrati come avviene oggi in Siria per mano del tiranno laico Assad ai danni dei Fratelli Musulmani, cioè di coloro che si battono eroicamente per l’Islam e per la democrazia. Fu proprio il fondatore del movimento, lo Sheikh Hassan al Banna, uomo integerrimo e devotissimo, a rimproverare una volta due persone all’interno di una moschea che discutevano aspramente su una questione rituale: il numero di preghiere da compiere ogni sera del Ramadan.
L’unità della Ummah (la comunità) diceva Al Banna, è la prima cosa da difendere, e negarla è un grave peccato.
Infatti la fitna, cioè il litigio violento o addirittura lo spargimento di sangue, stava diventando comune a causa del fanatismo di certe sette di cui abbiamo ancora oggi la triste eredità in coloro che distruggono la vita innocente facendosi esplodere fin dentro le moschee o sgozzano poveri contadini analfabeti come è avvenuto in Algeria.

Questi atti barbarici non possono essere giustificati in nessun caso con la religione, sarebbe come se Hitler avesse giustificato i campi di concentramento nazisti con il cristianesimo.
E di fronte a questi atti anche quando compiuti da governi, il cuore del credente si deve rivoltare. La religione non vuole lo spargimento di sangue se non nel caso estremo di legittima difesa ammesso anche dai tribunali. Il caso dei reati puniti con la morte nel diritto islamico tradizionale non riguarda il nostro tempo e merita una riflessione a parte della quale non c’è adesso il tempo né la possibilità.

[Per chi fosse interessato rimando agli studi di T. Ramadan e ad altri autori della stessa scuola]

Per quanto riguarda il terrorismo esso è estraneo alla religione in genere, e all’Islam in particolare. Le regole inerenti il divieto della tortura e perfino della pressione psicologica nei confronti del nemico, il divieto assoluto di nuocere ginanco all’ambiente, sono tutte regole stabilite dal Profeta e poi bellamente ignorate da musulmani e non musulmani a parte i credenti sinceri. Se ognuno si fosse ribellato all’ingiustizia quand’era tempo non ci sarebbe stata nemmeno Kerbala ma si vede che era destino. Kerbala è ancor oggi una ferita aperta nel cuore della Ummah, e non c’è musulmano che non pianga il martirio del nobile Hussain sacrificato  alla tirannide ed alla ragion di stato, dopo che era stato avvelenato suo fratello, il nobile Hassan.

Una caratteristica dell’Islam è l’amore per la libertà individuale, che sola può fondare il servizio ad Allah. Egli non ci ha costretti ma ci ha dato la facoltà di scelta tra il bene ed il male, tra la salvezza e la dannazione offrendoci il Santo Corano come via maestra per la salvezza e la vita del Profeta, su di lui la pace, come esempio vivo da imitare. Egli in un hadith (un detto) disse ad un Compagno che aveva investito della responsabilità di Governo in Yemen che se non avesse trovato indicazioni sul da farsi nelle Fonti doveva essere il suo cuore ad indicare la soluzione del problema.

Oggi, noi nuovi musulmani, ci troviamo di fronte problemi che non esistevano fino ad un paio di secoli fa. Come membri della Famiglia Umana ognuno di noi è custode del mondo, delle crreature a lui o a lei affidate, uomini o animali che siano. Custode dell’ambiente, compreso quello sociale. Non è possibile per noi isolarci, anche se sarebbe comodo, anche se gli altri ci danno delusioni, anche se i nostri fratelli e le nostre sorelle certe volte ci feriscono. Il bene Comune è affar nostro, fa parte dell’amana che Allah swt ci offre. Per cui, il nostro eventuale impegno politico, sindacale o di volontariato non solo è ben accetto dagli altri, purché siano chiari gli obiettivi e leciti i mezzi, ma fa parte di quel jihad (sforzo x Dio) fi sabillAh ( sulla strada verso Dio) che è la nostra vita, anche quando laviamo i piatti.

Ogni nostra scelta dev’essere motivata dal servizio ad Allah swt, ogni voce che ascoltiamo dev’essere filtrata dal nostro cuore e dalla nostra coscienza. Noi ed Allah swt e la comunità come sostegno, ma non come sostituto alla nostra coscienza. Non a caso la scelta più amata da Allah per un credente è dire la verità davanti ad un tiranno.

Tenendo conto che anche i sapienti sbagliano.

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