Il Vaticano, la grazia e la Grazia.

Posted on 07/06/2012

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-Di Mario Castellano

Il Papa può mettere fine al processo sul furto dei documenti: con quali conseguenze?

Il nostro amico Padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, la cui cultura poliedrica comprende anche la scienza giuridica, ha dichiarato che “Benedetto XVI può concedere in qualsiasi momento la grazia ai cittadini del Vaticano”.

In uno Stato di Diritto il potere di grazia, prerogativa del Re o del Presidente della Repubblica, può venire esercitato soltanto in presenza di una sentenza, naturalmente di condanna,che sia già passata in giudicato.

Qualora infatti la grazia fosse concessa nel corso di un procedimento penale, in primo luogo verrebbe lesa la competenza del Potere Giudiziario, ed in secondo luogo, paradossalmente, risulterebbero anche vulnerati i diritti dell’imputato, il quale può chiedere che le proprie eventuali responsabilità penali vengano accertate: questo è il motivo per cui egli può rinunziare all’applicazione della prescrizione ed anche dell’amnistia.

Il Vaticano è però una monarchia assoluta, per cui il Papa – che ne è il Sovrano – accorpa i tre Poteri che Montesquieu volle ripartiti tra organi distinti.

Supponiamo dunque che Benedetto XVI conceda la grazia all’imputato Paolo Gabriele (per il momento l’unico a trovarsi in questa condizione) prima che sia concluso il processo a suo carico.
L’imputato non potrebbe rifiutarla, il che – in un diverso ordinamento giuridico – darebbe luogo ad una situazione di denegata giustizia, violando il principio in base al quale ogni processo deve giungere a sentenza.
Altrettanto gravi sarebbero però le conseguenze relative alle prove raccolte nel corso del processo, la cui funzione consiste precisamente nel valutarle: se esse risultano tali da dimostrare la colpevolezza dell’imputato, costui viene condannato, mentre nel caso contrario viene assolto.

Che cosa ne sarebbe delle prove a carico del maggiordomo?
Non si saprà mai – non essendo esse sottoposte ad una valutazione – in quale delle due ipotesi ci si trova.

Tuttavia, chiuso definitivamente il processo, gli atti dovranno essere pubblicati.

Supponiamo che da essi risulti l’evidenza di responsabilità penali a carico di terzi.
In linea teorica, si potrebbe in tal caso esercitare nei confronti di costoro una distinta azione penale.
Questa ipotesi risulta però puramente astratta, dal momento che il fine perseguito con la concessione della grazia consisterebbe precisamente nell’escludere un accertamento processuale della responsabilità penali.
Ed è certo che tali responsabilità esistano, non sussistendo alcun dubbio sulla sussistenza del fatto costituente il reato dedotto in giudizio, anche se non si saprà mai chi lo ha commesso.

Se dunque lo scopo della concessione della grazia consiste nel porre termine a dubbi e illazioni, si raggiungerebbe il risultato esattamente contrario: infatti i potenziali coimputati, quando anche risultassero evidenti le loro responsabilità, rimarrebbero per sempre nella condizione di chi non si può considerare né colpevole né innocente, in mancanza di un accertamento processuale della loro condotta.

La grazia del Papa servirebbe dunque ad affermare che tutti quanti, non essendo provata alcuna cattiva azione, permangono nella Grazia di Dio.
Se è questo che si vuole, è bene ricordare il principio evangelico per cui “necessest ut eveniant scandala”, perché gli scandali servono appunto a fare chiarezza sulla verità.

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