Diari di viaggio – Africa – 3° ed ultima parte.

Posted on 07/06/2012

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-Di Carmen Gueye

Ero di stanza a Dakar, quindi. Tra gli ospiti della convention, c’era (come ho scoperto accadere spesso) anche chi aveva approfittato dell’occasione favorevole economicamente, ma poi si involava verso le escursioni e del congresso si “impippava”. Pazienza. Io sono stata brava e disciplinata e non me ne sono pentita. Abbiamo visitato la capitale per quanto ci è riuscito, scuole e banlieus;  una sera, siamo finiti anche in una struttura sul mare gestita dal nostro coordinatore del posto, a una festa così “nativa”, dopo ore su una strada sconnessa e cinture di sicurezza, manco a parlarne. E’ tutto così leggero, laggiù…all’inizio.

Quello che colpisce uno novellino è la folla, l’umanità. Una sovversione dei nostri criteri. In Senegal non manca nulla di basilare, più o meno, ci sono farmacie e  ospedali, ma in pratica sanità e pensioni sono per pochi. Le scelte fatte da questo paese negli anni, siano pure oggetto di altri dibattiti.

Noi eravamo incantati. Da cosa? Da tutto, visto che quartieri si susseguivano ad altri, in un brulichio di umani, animali e mezzi di locomozione vari da stordire. Appariva come me l’ero immaginato?

Sì, naturalmente, ma trovarsi in loco è proprio diverso.  Pensi per un momento, o anche più di uno, che potresti fermartici e dimenticare, ti informi sui prezzi, sogni un po’.

Poi consideri quanto diversa sarebbe qui la tua vita (ammesso di poter rompere con il passato) e rifletti.

L’Africa è la proiezione di molti sogni? Di aspettative più o meno ben riposte? Esige forza, energia, resistenza, disposizione al sacrificio e all’adattamento?

Eccome. C’è un abisso tra quella e questa vita e forse qualche interposizione fastidiosa che non si calcola. Il tipo di rapporto tra le persone è diverso. Il rischio di sconfinare in un atteggiamento da anima bella in stile “La mia Africa ” è dietro l’angolo, e non sempre la comunicazione con gli abitanti del posto può dar vita al migliore dei mondi possibili.

Checché se ne dica, con tante nuove popolazioni ci si conosce da un ventennio o poco più; inoltre in Italia, a parte ogni altra considerazione, abbiamo scarsa dimestichezza con il diverso: non siamo stati bravi colonialisti, abbiamo vissuto dibattendoci tra grandi difficoltà di integrazione all’interno del nostro stesso paese, nord e sud, destra e sinistra. Così ci domandò una guida: perché voi italiani siete sempre incavolati? (intendeva rispetto ad altri europei, per esempio). Non so dirlo per gli altri. Potrei parlare per me e fare qualche ipotesi. E arrivare alla conclusione che l’Africa deve essere affrontata con spirito puro e senza preconcetti, né umani né ideologici. Non è bella perché lo abbiamo deciso noi in base a chissà quale disperazione che ci portiamo dentro: va amata per come è, dopo averla conosciuta.

Ma infine mi ripeto che non riuscire ad afferrare ciò che pensavi alla tua portata, quest’Africa misteriosa che forse, per continuare a piacere, tale dovrebbe rimanere, è la vera voluttà: non sarai mai mia.

Con questo spirito (e un po’ strinata dal caldo) mi rifeci la strada inversa, per l’aeroporto, osservando malinconicamente quel piccolo universo, fatato nonostante i problemi , (che avevo conosciuto in minima parte, non essendomi inoltrata nei villaggi),  qualcosa che avrei rimpianto un secondo dopo il decollo.

Così fu e ancora tante domande sono tutte lì. Non me le faccio. Magari c’è ancora tempo per una risposta.

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Posted in: esteri, turismo, viaggi