“Terra d’ombra” libro di Carmen Gueye

Posted on 16/05/2012

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“Dopo l’ 8 settembre 1943 non soltanto l’esercito e le istituzioni sbandarono e l’Italia si ritrovò acefala e senza una conduzione; ma i nostri connazionali che si erano stabiliti – per scelta o perché le traversie ce li avevano sorpresi – nelle nostre colonie, divennero figli di nessuno. Disagi colsero anche chi si ritrovò in Istria; o fu espulso dall’oggi al domani dalla Libia; o semplicemente viveva in territori ove il clima per gli italiani era cambiato; o decise, semplicemente, di tornare perché, in fondo, l’Italia era sempre casa sua. Costoro si ritrovarono, chi più chi meno, stranieri in patria. E sorte infelice ha toccato molti nati da unioni “miste”, italiani solo sulla carta.
Lo stato repubblicano sorto dalle ceneri del conflitto  cercò, a un certo punto, di porre riparo  ai disagi di questi “ritornati”; tuttavia, dal punto di vista dell’integrazione, le difficoltà non mancarono. Chi parte non torna mai come prima.  Aver respirato l’aria dell’Egeo o mangiato troppo a lungo il cous cous, trasforma  un po’ il simile, almeno agli occhi di chi non si è mai mosso di casa?
La guerra, il bisogno, le persecuzioni delle minoranze, ma pure il solo umanissimo desiderio di cercare nuove opportunità, espongono maggiormente ai rovesci della storia. Ce lo ricorderemo mai, ritrovandoci davanti a un “clandestino”?

STRALCI  (dall’introduzione e due testimonianze).

La definizione di minoranza forse più nota è quella elaborata nel 1977 da Francesco Capotorti: “Con il termine minoranza viene designato un gruppo che è numericamente inferiore al resto della popolazione di uno stato, in una posizione non dominante, i cui membri, essendo cittadini dello stato, possiedono caratteristiche etniche, religiose o linguistiche che differiscono da quelle del resto della popolazione e mostrano, quanto meno implicitamente, un senso di solidarietà inteso a preservare la loro cultura, le tradizioni religiose o la lingua”.

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(Ritornati dall’Africa orientale)

La prima volta che Dino le disse di non essere di Modena e di essere cresciuto in un posto così diverso da sembrare un altro pianeta, Maria non capì fino in fondo cosa volesse dire.
Sembrava volerle dire che lui aveva perso qualcosa e che non avrebbe mai più potuto ritrovarla.
Ma per Maria non significava nulla.
Che importanza poteva avere se i genitori di Dino avevano lasciato il suo paese per non dover sostenere i cambiamenti che si stavano verificando? Quello che Maria sapeva era che lui era nato ad Asmara e che era stato mandato in un collegio di frati riservato ai ragazzi bianchi. Che c’era restato fin verso i sedici anni, fino al momento in cui i suoi genitori gli comunicarono che avrebbe cambiato casa.
“Ma non capisci? Quella era la mia, casa! E lo è ancora”.

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(Profughi da Kos).

Infine, la radio diede l’atteso annuncio: la guerra era finita. Ma qui iniziò l’esperienza da profughi.

In realtà,  Saverio, che dal 1943 aveva rilevato la ditta, avrebbe potuto fermarsi a Kos, se avesse preso la cittadinanza greca e accettato di convertirsi alla religione ortodossa, con tutta la famiglia. Quest’ultimo passaggio era necessario anche perché, dopo la guerra, come accennato, il clima non era dei più favorevoli all’Italia e a ciò che la rappresentava:  i soliti greci  ostili arrivati dal continente,  avevano mozzato i campanili delle chiese cattoliche, tranne quello di Santa Maria Vittoria a Rodi rimasta cattolica, per convertirle in ortodosse.

Fu buffo vedere gli inglesi sciamare per Kos con le loro truppe di indiani Sikh, ma non ci fu tempo per curiosità o tentativi di socializzazione: nel 1946, a scaglioni, su una nave da guerra britannica,  la Princess Kathleen, gli italiani finirono a Rodi, dove i  Coeli rimasero sei mesi ( altri anche di più).

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Posted in: cultura, curiosità, libri