Giovani, adulti e rispetto. Dov’è finita l’educazione di una volta?

Posted on 09/05/2012

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-Di Carmen Gueye

Il recente episodio che ha visto coinvolto l’allenatore, anzi ormai ex, della Fiorentina, Delio Rossi, reo di aver aggredito un suo giocatore poco più che adolescente per una rispostaccia dopo la sostituzione, ha stimolato diverse riflessioni, non tutte politicamente corrette, anche nel mondo del web e dei social networks.

Precisiamo subito che le versioni sull’episodio non sono univoche,  ma pare accertato che Adem Ljajic, irritato per la scelta del mister, abbia proferito frasi scostumate all’indirizzo della famiglia dello stesso, anche se è stato smentito il riferimento alle condizioni di salute del figlio di Rossi.

Nella vicenda c’è chi ha voluto vedere soltanto la degenerazione del mondo del calcio, popolato sempre più spesso, secondo tali voci, da bellimbusti viziati, arroganti e indisciplinati. Questa è una realtà, ma non rappresenta tutto quello scenario: si spera esista una parte sana, almeno dal punto di vista comportamentale.

Tuttavia, abbiamo assistito  a una pressoché generalizzata ovazione all’indirizzo del coach viola, eccessiva finché si vuole poiché la violenza è da condannare senza esitazioni, ma spia di malesseri nella parte adulta della nostra società.

Ricordiamo che l’Italia, non fosse per l’apporto dell’immigrazione, registrerebbe un calo demografico ancor più drastico delle fasce giovanili in percentuale sul resto degli abitanti – noi non ci inoltreremo su valutazioni positive o negative del fenomeno – , dunque questo non è un paese per giovani, e lo dicono indagini sociologiche e statistiche.

Non siamo più abituati allo sciamare di bambini o al vociare dei ragazzini, non fa più parte del  nostro vivere quotidiano: nemmeno nelle roccaforti della natalità meridionali, ove ci si è allineati al trend generale da un pezzo. E’ un mondo di “grandi” , dove il divario tra generazioni, un classico per ogni società, ora si è acuito in modo preoccupante, ma soprattutto inaspettato. E va aggiunto che la famiglia patriarcale è finita da un pezzo: opprimente ma protettiva, oggi ha lasciato il posto a nuclei allargati e disaggregati, dove i ruoli non sono sempre così chiari.

Chi ha più di quarant’anni o giù di lì, ricorda ancora una certa severità dei genitori, l’affettuosa deferenza dovuta ai nonni,  gli ammonimenti a non rispondere male a nessuno, salutare e rispondere al saluto, ottemperare alle valutazioni degli insegnanti, accudire i fratelli minori e, di converso, accettare la gerarchia familiare per i più piccoli.

Oggi gli schemi sembrano saltati e imperversa lo smarrimento. Persino gli ex figli dei fiori, poi ritornati a cuccia dopo le intemperanze, una volta padri e madri, non nascondono la delusione per i frutti di un’educazione che doveva portare dialogo e comprensione nella libertà, ma ha prodotto spesso pargoli capricciosi, giovanissimi incontentabili e mai sazi, contestazioni come le nostre a quelli che chiamavamo “Matusa”.

L’incidente fiorentino evidentemente ha fatto saltare qualche tappo dai recipienti della pazienza. Vero che noi “senior” a volte siamo esasperati dalle continue pretese dei nostri ragazzi? Che si fanno sempre meno figli perché ” passati i primi anni ti danno solo problemi?” Che al tanto esaltato  dialogo si è sostituita sovente la donazione,  meritata o meno, di oggetti di consumo, vacanze, vestiti di marca, e anche chi cerca di resistere non può tenere posizioni intransigenti oltre un certo segno?

Ed ecco che “noi” e “loro”, entrambi  ci siamo ritirati sui nostri spalti in nome della tregua consumistica, grati di un risultato a scuola che non sia disastroso,  sconcertati quando alla televisione ci narrano di quello che è scappato, l’altro che si è ribellato con violenza all’autorità familiare, uno che muore in discoteca. Oggi è toccato lui, ma il mio frugolino un domani che farà?

E dunque, per tornare a Firenze e all’insegnamento che si può trarre dal fattaccio: un giovane è ancora nella fase della vita in cui si apprende, va  aiutato a capire, ma è giusta la sanzione, sacrosanta la punizione. D’altro canto, alzare le mani sul reprobo, è sintomo di resa e incapacità di una dialettica dura, ma nelle regole della civile convivenza.

Poi però? Tutto continua come prima? Il mondo si fonda sempre più sulle apparenze e il denaro, quindi hai voglia a cercare di inculcar valori (anche minimi, non sporcare per terra, non alzare la voce, cosine del genere). Si dispera e ci si chiede: nella società mediatica è tempo perso sperare di riuscire ad avere ancora voce in capitolo sull’educazione?

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