Islam dal bronx di Napoli, intervista ad Agostino Yasin

Posted on 03/05/2012

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– Di Nuccio Franco

Agostino Yasin Gentile, 36 anni, nativo di Boscoreale-Napoli. Ex Imam della Moschea di Piazza Mercato a Napoli.Primo italiano laureato all’ Università islamica di Medina si è convertito all’età di 22 anni, nel 1996. Molti ricorderanno il celebre documentario “L’Imam napoletano” di cui è stato protagonista, cronaca della vita di una Moschea a Napoli, vista attraverso le esperienze quotidiane di due Napoletani convertiti .
Persuaso del fatto che “bisogna partire dalle moschee per educare i musulmani alla pace e al dialogo”Yassin si adopera quotidianamente per l’integrazione e per difendere il diritto ad avere un luogo di culto dove professare liberamente il proprio credo.
Il suo nome, tuttavia, è legato ad un altro episodio assurto agli onori della cronaca. “Pregherò nel buio di Auschwitz per il dialogo tra le religioni” disse. L’ha fatto. Rivolto verso La Mecca ha pregato per le vittime della Shoah, davanti al muro utilizzato per le fucilazioni dei deportati. Auschwitz : 27 gennaio, Giorno della Memoria. Decisamente una persona fuori dagli stereotipi, sostenitore dell’Islam, quello vero che non siamo abituati a vedere.

– Ci può raccontare qualche dettaglio in più di quell’esperienza?

L’idea nacque grazie a Don Gaetano Castello, all’epoca incaricato per il dialogo interreligioso per la Diocesi di Napoli. Da tempo conoscevo lui ed il rabbino Pierpaolo Punturelli e nacque appunto l’iniziativa patrocinata dalla regione Campania, dalla provincia e dal Comune di Napoli. Volle rappresentare il primo atto a dimostrazione di un dialogo possibile e necessario tra confessioni religiose, unite in una preghiera di pace in un luogo simbolo. Ricordo ancora che in un’intervista mi fu fatto notare che, probabilmente, quel gesto avrebbe potuto suscitare problemi all’interno della comunità islamica. Risposi che sottrarsi all’iniziativa sarebbe stato un atto doloroso, contrario alla pace ed a quel discorso di dialogo in cui credevamo. Aderii con entusiasmo, orgoglioso di ciò che stavamo facendo. Fu molto toccante come esperienza. Ritengo che il dialogo interreligioso sia l’unico modo di proseguire sulla strada della pace, unitamente alla condanna degli atti di terrorismo, da qualsiasi parte provengano. L’entusiasmo, poi, dei ragazzi delle scuole coinvolte fu contagioso e ci aiutò parecchio. Cercammo di spiegare loro il ruolo che le religioni avrebbero potuto avere ed hanno come ponte per la pace. Sono stato il primo Imam a pregare in quel luogo ed ho notizia del fatto che altre iniziative analoghe da parte di esponenti islamici si siano ripetute nel tempo, a testimonianza della bontà di quel gesto e della volontà di proseguire in quel cammino di pace. Napoli è un esempio da questo punto di vista. Dal 2004, noi musulmani continuiamo a collaborare fattivamente ed a dialogare con tutti.

– E’ stato Imam a Napoli, città controversa, dai mille problemi. Ci vuol descrivere la situazione della comunità di una delle principali città del Mezzogiorno?

Quella partenopea, dal 2004 ad oggi, ha subito un’evoluzione radicale. All’inizio era formata prevalentemente da algerini. La moschea è nata infatti da un’iniziativa delle comunità algerina, somala ed italiana. Con il passare del tempo, ossia con l’arrivo degli asiatici si è molto allargata ed ha quindi smarrito la propria connotazione con una sola comunità. Ci sono nazionalità e mentalità diverse il che non nascondo abbia causato parecchi problemi per la gestione della stessa.
Per la comunità islamica di Napoli è stato molto bello avere un Imam, una guida italiana convertitasi alla loro fede che li guidasse non solo nella preghiera comune ma anche nel sermone del venerdì, del Ramadan e del pellegrinaggio alla Mecca. Siamo arrivati a portare in piazza circa 5.000 persone in occasione della preghiera per il Ramadan, circa 1.200 il venerdì. Avere un imam italiano, ha rappresentato per loro era una novità interessante. Questo mi è stato testimoniato in più di una circostanza.

– Quali sono state le ragioni alla base della conversione? Quali sono le tappe fondamentali del cammino di avvicinamento ad essa?

Non ricordo di preciso gli eventi che mi hanno portato ad abbracciare la nuova religione. Ciò che ricordo è che tutto è cominciato dalla lettura di una enciclopedia nella parte relativa all’Islam. Nonostante fossi un cristiano convinto ho voluto approfondire. Leggendo, ho cominciato a riflettere soprattutto sulla figura del Dio unico, l’assenza di santi e dell’ intercessione. Queste argomentazioni mi hanno convinto sotto l’aspetto logico ed ho iniziato a cercare questa religione, cosa mi diceva, dov’era. A piccoli passi sono arrivato a scoprire la moschea dove ho conosciuto parecchie persone dopodiché sono partito per l’Arabia Saudita.
Il periodo tra il ‘96 ed il ’98, è stato quello più critico ma una volta in Arabia è cambiato totalmente il mio modo di vedere le cose. Ho avuto modo di risiedere nella città del Profeta,di pregare nella sua moschea il che mi ha dato un islam più spirituale, approfondito attraverso l’apprendimento della lingua e del Corano. Ho studiato la legge islamica e mi sono formato proprio nella culla dell’Islam.

– Come ha vissuto la nuova appartenenza religiosa nei suoi tratti distintivi e fondamentali, cos’è cambiato a seguito di questo percorso nel quotidiano vissuto, in famiglia, al lavoro?

All’inizio è stato difficile perché una volta convertito, ma non avendo approfondito molti aspetti, assumevo dei comportamenti che credevo imposti. Ho subito il contraccolpo rispetto alla cultura di provenienza in quanto l’Islam nasce da una cultura assolutamente diversa che è quella araba. Molte questioni erano in sostanza antitetiche rispetto ai canoni tradizionali ed al modo di pensare cui ero abituato. Anche la famiglia, all’inizio, è stata parecchio contraria a questa scelta. L’Islam era avvertito come qualcosa di nuovo ma anche di strano e veniva percepito come pericoloso come ogni cosa di cui si ignora l’essenza. Erano preoccupati ma una volta in Arabia i rapporti con amici e famiglia si sono nuovamente normalizzati. Da allora tutti mi hanno rispettato, gli amici mi sono stati sempre vicini in questa mia metamorfosi, chiedevano, erano curiosi. Hanno capito che ero Yassin ma che Agostino c’era ancora, non era antitetico in quanto vivevo la mia religione rispettandola ma continuando tranquillamente ad avere rapporti con cristiani ed ebrei. Così come i musulmani per decenni hanno vissuto con i cristiani, così penso che si possa essere musulmani ma legati anche ad una cultura diversa. Partecipo alle feste cristiane, in famiglia e con gli amici ci confrontiamo serenamente su temi spirituali, in virtù di un confronto continuo che da senso alla mia esperienza.

– Cos’è per Lei l’Islam oggi?

Da punto di vista spirituale è una religione ed una fede e quindi devo accettarla come Dio me l’ha data. Per quanto concerne invece l’Islam vissuto, quello della comunità, esso richiede un certo comportamento, alcune prassi. Oggi l’Islam rappresenta tuttavia un punto interrogativo, non siamo in grado di stabilire cosa succederà domani in quanto esso abbraccia culture, idee diverse. Non ci sono capi religiosi, le stesse “guide” possono essere seguite o meno ed ognuno spesso fa ciò che vuole. All’università di Medina c’erano persone di 130 nazionalità il che significa che un islam universale da applicare uniformemente sarà difficile ma che, al contrario, esso potrà essere applicato a seconda delle circostanze.

– Com’è stato accolto dai nuovi fratelli? E’ diverso l’ approccio alle problematiche di fede, sociali e politiche dell’Islam di un convertito?

La comunità mi è stata vicina anche perché al tempo ero tra i pochissimi convertiti a Napoli; cercavano di contattarmi, di coinvolgermi nelle loro abitudini mentre io ero alla ricerca della vera essenza della religione. Di qui, appunto, la decisione di partire per l’Arabia dove ho avuto modo di conoscere ed approfondire la spiritualità fino in fondo ed in maniera totalizzante.
Quanto all’approccio, mentre per i musulmani di nascita c’è un islam che essi vivono in maniera quasi obbligata, ci sono delle abitudini che vengono seguite quasi meccanicamente, per il convertito si tratta di un percorso che lo porta a conoscerne la vera essenza, il valore e le ragioni di pensieri e atti in maniera consapevole. L’approccio è in certo senso più scientifico.

– Alcuni fatti di cronaca danno un immagine falsata dell’Islam. Esiste davvero un islam moderato?

Nella mia esperienza, una delle cose che mi ha scosso maggiormente è stato l’attentato alla metropolitana di Londra.Ricordo che contattai immediatamente il Consolato britannico, parlai con l’incaricato per esprimere la mia solidarietà. In quegli attimi quasi fui pervaso da un senso di vergogna. Tenni a sottolineare che noi musulmani condannavamo quanto successo, che eravamo e saremmo stati i primi a combattere certi gesti che si sarebbero ripercossi su di noi. Organizzammo immediatamente un incontro con il Console per discutere dell’argomento e trovare insieme un rapporto di dialogo e collaborazione al fine di individuare le giuste azioni da contrapporre ad atti esecrabili ma tuttavia isolati, questo bisogna dirlo. Ovviamente dal punto di vista ideologico, si può parlare di unicità dell’Islam. Quanto all’aspetto religioso gli stessi imam sanno benissimo che esso nasce da una differenza tra le quattro scuole giuridiche il che comporta necessariamente una differenziazione. In sostanza, partendo dall’assunto che determinati principi teologici sono fondamentali, non si può escludere l’esistenza di un Islam giuridicamente multiforme. Anzi,reputo che sia necessario, che debba esistere ed inteso quale dono di Dio finalizzato all’applicazione di esso in diverse realtà. E’ questa la grandezza della nostra religione che consente ad essa di poter essere applicata in maniera flessibile in ogni paese tenendo conto delle peculiarità di ciascuno.

– Negli ultimi anni si è assistito alla crescita di un fronte islamico-liberale, che chiede riforme democratiche, multipartitismo, laicità. Quali sono, a Suo avviso, i margini futuri di sviluppo di questa corrente?

Vivo l’islam da un punto di vista prevalentemente spirituale ed il mio timore è che certe correnti possano svuotarlo del suo senso più vero e profondo. La pratica viene dopo la conoscenza della fede e temo che si voglia procedere ad una modifica della sua stessa natura. Da imam, ciò che mi preoccupa è che si possa arrivare ad un cambiamento tale che comporti la perdita di questo fondamentale valore spirituale. La nostra forza risiede nella fede, guida per superare le difficoltà. Tuttavia, bisogna essere capaci dal punto di vista giuridico di applicarla in base alle esigenze contingenti in un percorso di equilibrio tra tradizione e modernità

– La costituzione di un albo degli Imam. Qual è la Sua opinione in merito?

Quanto alle “guide” religiose, la realizzazione di un albo darebbe la possibilità di avere degli Imam riconosciuti dal nostro governo. Sarebbe una conquista importante in quanto chiunque, allo stato attuale, può definirsi un imam. Questo è il vero problema, da affrontare e risolvere con urgenza e buon senso. Ben venga l’albo ma a condizione che sia realizzato mediante il rispetto di tutti i principi dell’islam. Quanto alla formazione degli stessi bisognerebbe, a mio avviso che questa avvenisse in paesi musulmani, a seguito di un’intesa con l’ Italia. Non è semplice preparare un imam in quanto questi deve essere accettato dalla comunità in virtù di tutte le altre funzioni che egli esercita oltre alla guida nella preghiera.

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