Calciatori maleducati, fosse solo quello….

Posted on 14/04/2012

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– Di Andrea Ciprandi

L’ennesima espulsione di Balotelli e le polemiche che sono seguite hanno riaperto l’annosa questione inerente la disciplina dei nostri atleti.

Non si dovrebbe però badare solo al comportamento dei giocatori bensì anche al mondo di cui fanno parte. Se quel che si chiede loro è integrità, allora irreprensibili dovrebbero essere anche tutti coloro che fanno parte dello stesso ambiente. La coerenza, insomma, dovrebbe cementare tutto e anzi essere il presupposto irrinunciabile.

Da quando Prandelli ha assunto il ruolo di commissario tecnico della Nazionale è stata data molta importanza alla condotta dei giocatori azzurri, la cui convocazione è spesso dipesa da quanto fatto coi loro club non solo in termini di rendimento ma anche di disciplina. Ecco allora che un’espulsione, un litigio o una serie di falli pericolosi (ancorché non sanzionati) ne hanno pregiudicato la chiamata tanto quanto ottime prestazioni l’hanno invece favorita.

E’ interessante notare come la politica intrapresa da Prandelli stia avendo un parallelo in quella di Luis Enrique alla Roma. Il nuovo tecnico giallorosso è infatti rimasto fedele ai principii che vigono al Barcellona B, squadra che allenava fino alla scorsa estate. In base a questi, se si erano comportati male è arrivato ad allontanare momentaneamente dal gruppo anche giocatori in piena forma. Poco gli interessa rischiare di perdere (e spesso finire per farlo sul serio) con una squadra priva di calciatori normalmente determinanti; le esclusioni eccellenti di Osvaldo e De Rossi, fra l’altro entrambi anche nazionali italiani, sono gli esempi più chiari di ciò.

Mentre Balotelli sembra essersi giocato definitivamente la fiducia del suo allenatore al Manchester City (peraltro l’italiano Mancini) e garantito il perdono solo con riserva di Prandelli, è il caso di ricordare alcuni esempi negativi che addirittura precedono le malefatte degli incorreggibili ribelli – ma non solo – del nostro calcio costituendo di fatto il terreno marcio su cui questi si sono formati e crescono.

La prima considerazione riguarda le critiche mosse agli allenatori che utilizzano il pugno di ferro, fra cui anche i due citati. Niente di più tipicamente italiano, queste lamentele. Se infatti sono sempre tutti pronti a spendersi in elogi per l’organizzazione di molti club stranieri, che passa anche per la disciplina, quando si tratta di adottare gli stessi metodi anche da noi si storce spesso il naso. A parte il fatto che si vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca, cioè atleti retti ma contemporaneamente lasciati liberi di sbagliare in continuazione, resta troppo allettante l’idea dell’uovo oggi rispetto alla gallina domani. E così accanto alla messa all’indice di una pianificazione tecnica che vada oltre le poche settimane (altra prova di ignoranza, come se grandi squadre le si potessero creare dall’oggi al domani) non può che esserci un’autentica insofferenza per qualsiasi suggerimento volto ad agevolare la maturazione degli atleti. In Italia gli allenatori e i loro staff devono pensare a portare a casa il singolo risultato togliendosi dalla testa velleità educative. Dai calciatori, poi, ci si aspetta che siano forti e vincano, non importa se sono dei cafoni o degli indisciplinati: tanto, quando poi esagerano e diventano nocivi per la squadra li si vendono…

I tecnici che desiderano dare una svolta etica restano una goccia nell’oceano costituito da un ambiente che stenta a prescindere dal profitto, inteso anche solo come risultato. E’ vero che non sta scritto da nessuna parte che si debbano fare le cose diversamente dal passato. In presenza però dei migliori propositi e di chiare dichiarazioni d’impegno, fa specie che numerosi tentativi di dare una svolta siano miseramente falliti mettendo allo scoperto la natura misera (o anche solo la limitatezza) di chi detta le regole e crea usi e costumi. Basti pensare al famoso terzo tempo.

Il terzo tempo è una consolidata abitudine, vale a dire una tradizione, del rugby. Avviato con una sincera stretta di mano sul campo fra tutti i protagonisti della partita appena conclusa, comunque sia finita, trova la sua sublimazione nella bevuta in compagnia che si organizza a seguire. Ebbene, nel 2007 si è tentato di introdurlo anche nel calcio italiano almeno con riguardo alla fase che si tiene allo stadio – e non è forse un caso che la prima partita in cui lo si fece fu giocata dalla Fiorentina allora allenata da Prandelli e dall’Inter di Mancini. Già il fatto che non esista in nessun altro campionato al mondo, però, avrebbe dovuto far sospettare che a maggior ragione da noi ci si sarebbe dimostrati incapaci di praticarlo – considerato soprattutto che si trattava di un’imposizione. Mai ufficializzato dalla Federazione, è di fatto durato giusto qualche mese e ogni settimana che passava si riscontravano sempre più episodi che andavano contro il suo spirito: giocatori e addetti ai lavori vari non si sono mai sentiti a proprio agio scambiandosi un segno di pace nel cerchio di centrocampo e hanno finito per tornare a risolvere negli spogliatoi (a male parole e spintoni) quanto eventualmente lasciato in sospeso durante l’incontro. E adesso del terzo tempo non si sente nemmeno più parlare.

Se a tutto questo si aggiungono la violenza verbale che trasuda dalle dichiarazioni di molti addetti ai lavori e la sostanziale impunità di cui gode chiunque esprime un parere sul calcio, si ottiene un quadro in cui i calcioni, gli sputi, gli insulti e le simulazioni del citato Balotelli ma anche di Totti, Ibrahimovic e una serie infinita di loro colleghi sono una conseguenza di quanto costruito nel corso degli anni. O meglio, della distruzione che si è perpetrata. Il calcio di un tempo aveva connotazioni ben precise: non era poi così pulito ma di certo era lineare e aveva una fruibilità immensamente inferiore a quella che oggi porta ad amplificare tutto. Travolti dalla marea di avvenimenti documentati in continuazione da giornali, televisioni e siti, ci si è ridotti a prestare ben poca attenzione alla sostanza. La leggerezza con cui si liquidano le conseguenze di quanto si fa, col risultato che tutto si lascia correre e tutto si giustifica, contribuiscono poi a creare molta confusione col risultato che non è più netta la differenza fra esempi positivi e negativi – che si tratti di una rispostaccia o di un comportamento fisicamente violento.

Alla deriva come si è, col radicamento di troppe cattive abitudini che disgraziatamente non sono nemmeno più percepite come tali, il timore è che l’auspicabile intervento normalizzatore di alcuni educatori faticherà a sortire i suoi effetti benefici. Le mancanze del sistema sono tantissime e gravi al punto che difficilmente qualche protagonista controcorrente potrà porvi rimedio. Se non si risolverà la questione delle responsabilità e si continuerà a pretendere irreprensibilità da chi cresce secondo gli esempi più diffusi e meno raccomandabili, poi, sarà ancora più dura.

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Posted in: attualità, calcio