Un paese strano, il nostro.

Posted on 06/04/2012

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-Di Giuliano Falco

Davvero viviamo in un paese strano e in un momento storico confuso. Una crisi economico-finanziaria di portata enorme, peggiore di quella del 1929, ha colpito il mondo intero, a sud come a nord, portando con se innumerevoli vittime, spesso neanche citate nei media o conteggiate nelle statistiche.
Eppure, nel nostro amato paese, accanto ai suicidi per debiti, per insolvenza, per crisi non solo pecuniaria ma valoriale, si vendono 200.000 autoveicoli di lusso (cioè il cui valore supera i 100.000 euro!) ogni anno. Moltiplicate 200.000 per 100.000 e otterrete 20.000.000.000: salvo errori e omissioni, come scrivono i ragionieri, si tratta di 20 miliardi di euro spesi, nel nostro amato paese, ogni anno in autovetture di lusso e si è presa in considerazione solo la cifra inferiore, dal momento che le statistiche indicano per auto di lusso quelle il cui costo supera i 100.000 euro. E poi abbiamo pensionate che si suicidano perché si vedono tagliata la pensione da 800 a 600 euro.

C’è qualcosa che non funziona, in questo benedetto paese. Solo che prima il cosiddetto benessere era pagato da altri: noi stavamo bene perché i costi erano scaricati sui paesi del Terzo e Quarto mondo. Un esempio? Vi erano ditte occidentali che vendevano felpe con noti personaggi dei cartoni animati a un prezzo di 20-30.000 lire (parliamo ancora di lire) quando ai bambini e alle donne haitiane che le cucivano veniva dato un compenso di pochi dollari giornalieri.

Poi, con la delocalizzazione e la globalizzazione, il Terzo e Quarto mondo lo abbiamo scoperto in casa nostra, in capannoni pericolanti dove le donne che vi lavorano rischiano la vita per pochi spiccioli e sovente vi trovano la morte: è accaduto pochi mesi or sono. Ma spesso lo dimentichiamo… dimentichiamo in fretta, quando ci interessa. Ogni tanto poi, il Terzo e Quarto mondo si ribella: ricordate la rivolta di Rosano? Se ne parla per qualche giorno poi tutto svanisce, nel grande mare delle notizie, della cosi detta attualità.

Ogni giorno, quattro persone, in Italia, vanno al lavoro, come milioni di altre. Solo che loro non faranno ritorno a casa. Le chiamano morti bianche, invece di assassinio. E, anche qui, moltiplichiamo 365 x 4 e troviamo 1460 morti sul lavoro. Anche di queste vittime spesso non se ne parla o se ne parla troppo poco. Per tacere di quelli che muoiono in mare cercando di raggiungere questo nostro paese. Di questi non se ne parla neanche più e non ci sono neanche statistiche precise.

Il nostro (falso) benessere è (è stato) un gigante dai piedi di argilla, con le mani grondanti sangue. Solo che finché il sangue era degli ‘altri’ e scorreva lontano dalle nostre case, dormivamo sonni tranquilli: non sapevamo (o potevamo far finta di non sapere). Magari mandavamo ogni tanto qualche soldo a qualche organizzazione nongovernativa, per sentirci a posto con la nostra coscienza…

Non ci sono ricette preconfezionate. Per uscire da questa brutta situazione, nel nostro paese come altrove, dobbiamo riscoprire il valore della persona e buttare a mare i falsi valori, denaro per primo. Solo scoprendo (o riscoprendo) l’Altro come persona fatta di carne, sangue e ossa, ma anche di sogni, desideri e aspirazioni potremo cercare una via di uscita. Ma non basta: dobbiamo vederci inseriti in un insieme, nel mondo che ci circonda (che, a sua volta, non è solo un enorme magazzino di materie prime, ma un sistema vivente dal quale dipendiamo noi e i nostri figli e i figli dei loro figli. Non solo: dobbiamo scoprire (o riscoprire) il senso del sacro, a prescindere dalla nostra fede o non fede. Non ci sono molte alternative… e non abbiamo molto tempo…

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