Serve un bagno di umiltà a questa piccola Italia

Posted on 05/04/2012

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– Di Andrea Ciprandi

L’eliminazione del Milan per mano del Barcellona nei quarti di finale di Champions League è l’ennesima prova dell’attuale impotenza del nostro calcio e, inquadrata in un panorama più ampio, va ben oltre il mero fatto sportivo.

Con la qualificazione mancata dei rossoneri se ne sono andate anche quest’anno le ultime speranze di vedere un’italiana fra le migliori del continente. L’anno prossimo, poi, con un posto perso fra le aventi diritto a iscriversi alla Champions le possibilità saranno ancora meno a testimonianza di un’involuzione ormai accertata e soprattutto, quel che è grave, lontana dall’essere risolta.

L’età dell’oro che ha avuto il suo apice negli anni Novanta è archiviata già da tempo. Allora, complici gli effetti positivi del boom economico del decennio precedente e l’esclusione delle fortissime squadre inglesi dall’Europa per via della maxi squalifica seguita alla strage dell’Heysel, il calcio italiano era al centro dell’Europa e anche del mondo: si compravano campioni stranieri, si vinceva e si dominava. Col senno di poi, però, è evidente che ci si è seduti sugli allori godendosi successi parallelamente ai quali non è stata approntata l’opportuna strategia, una pianificazione in grado di prolungare quella stagione felice. Non fossero andate così le cose, anche una volta esauritesi quelle risorse l’Italia non avrebbe lasciato campo libero alle inglesi, che nel frattempo si erano riprese, e alle spagnole, nuova forza emergente dopo decenni di sostanziale oblio.

Guardando ai risultati, è vero che negli ultimi nove anni le italiane hanno giocato quattro finali di Champions vincendone tre ma questo risultato pur positivo sbiadisce a confronto di quanto ottenuto dagli altri, che è ben di più. Il Barcellona da solo ha vinto tre delle ultime sei edizioni e nello stesso lasso di tempo l’Inghilterra ha saputo sempre piazzare in finale almeno una propria squadra. Quest’anno poi tre semifinaliste su quattro rappresentano sempre Spagna e Inghilterra, con l’ultima che è tedesca come molte delle protagoniste dell’Europa League in cui ancora Spagna e appunto Germania, terza potenza calcistica continentale, hanno dominato. Le spagnole, fra l’altro, di questa competizione hanno anche conquistato quattro delle ultime sette edizioni.

Si è già molto parlato delle cause di siffatta crisi, che appare evidente soprattutto quando si guarda ai risultati sportivi ma ha radici ben più profonde. Vale però la pena di ricordarle, queste cause, la cui sola enumerazione già basterebbe a dare la misura del tracollo.

La Serie A italiana non è il più bel campionato del mondo, come per anni ci si è detti anche da soli con gli occhi pieni delle giocate di campioni strapagati venuti da fuori che ora si possono solo sognare. Adesso gli stranieri vanno altrove sia per una questione di soldi che per via del tipo di gioco che si fa da noi, tecnico ma brutto. A loro oltretutto hanno iniziato ad unirsi molti nostri rappresentanti – allenatori in prima fila – che come tanti imprenditori hanno trovato l’El Dorado all’estero: oltre confine spesso ci sono ambienti più sani, la vita è meno stressante e la qualità non manca di certo.

A rendere poco appetibili e di fatto ambìti i nostri campionati, adesso, contribuiscono anche gli stadi. Quello della Juventus, inaugurato la scorsa estate, è il primo impianto privato costruito negli ultimi quindici anni, preceduto solo dal Giglio di Reggio Emilia che risale al 1995. E a parte questi due non ce sono altri: per il resto è tutto in mano ai Comuni, coi progetti presentati da vecchi e nuovi presidenti dei nostri club che sembrano non andare molto oltre dei plastici. Quando poi oltre alla volontà (o all’ambizione) entrano finalmente in gioco i mezzi con cui produrre, ecco i classici bastoni fra le ruote costituiti da politica e amministrazione pubblica; così, per esempio, la Cittadella di Firenze di cui si è tanto parlato è ancora ben lungi dal vedere la luce. Si badi che in ballo non ci sono soltanto questioni di estetica e comodità fra l’altro dovuta agli utenti cioè i tifosi, ma introiti mancati per via dell’assenza di un indotto che i club, con l’apertura di attività commerciali all’interno degli stadi, potrebbero ottenere. Gli investimenti fatti in tal senso fuori dall’Italia, tutti coincisi a successi, sono un chiaro indicatore dell’occasione persa. Si vedrà se nell’impresa di smuovere definitivamente le cose riusciranno imprenditori stranieri, cosa già di per sé indicativa, con Di Benedetto e la sua Roma che sembrano voler ma soprattutto poter seguire le orme dei bianconeri.

Venendo all’aspetto tecnico e in considerazione dei pochi mezzi a disposizione, come un po’ in tutti i settori, viene da pensare che nel calcio si sarebbe puntato allora sui giovani. Oltretutto alcuni nostri vivai sono di grande tradizione e prestigio. Invece no. Altro esempio di Made in Italy sprecato. Paradossalmente gli unici ragazzi a cui viene dato realmente spazio da noi per abbassare l’età media di squadre sempre più imbottite giocoforza di ultratrentenni vengono dall’estero, spesso il Sud America – e il controsenso sta anche nel fatto che questi poco più che adolescenti vengono pure pagati profumatamente. Lecito chiedersi ricorrendo a quali trucchi e seguendo quale logica lo si possa e voglia fare, se di soldi contanti non ne girano e c’è un bisogno diffuso di risparmio. Tutto ciò mentre per la Nazionale, oltretutto, come conseguenza di queste scelte non si trovano nuovi talenti a sufficienza.

Ma non basta. C’è anche una piaga trasversale che, pur non essendo esclusiva del nostro paese, qui è aggravata da un altro flagello. I casi di corruzione e scommesse clandestine, infatti, non vengono risolti da una giustizia sportiva possibilmente più incerta e ingarbugliata di quella ordinaria. Calciopoli è tutto meno che conclusa, a dispetto di molte sentenze già emesse; lo è ancor meno in considerazione dello scempio sportivo che ha provocato, al di là di quanto ci si potesse e dovesse aspettare in base alle responsabilità oggettive dei protagonisti, proprio per via di quanto deciso in aula. Ora poi siamo in piena Scommessopoli, da cui è già emerso che a prescindere dalla disonestà di una parte di professionisti (calciatori o dirigenti che siano) il calcio è sempre più ostaggio di poteri esterni. Come se i guai suoi propri già non bastassero.

La conclusione è quanto mai scoraggiante e di fronte a tanta, diffusa incapacità non resta che assistere impotenti alla graduale distruzione di un tesoro. E di incapacità è corretto parlare perché tanto ora mancano i soldi quanto in passato, quando ce n’erano in abbondanza, sono stati sperperati. E’ raro non trovare motivi di speranza anche nella situazione più disperata. Decenni di immobilismo con protagonisti vecchi che non si scollano e nuovi che in molti casi sono poco ispirati piuttosto che non sufficientemente intraprendenti o liberi di agire come vorrebbero, però, sono gli elementi di una vicenda gattopardesca che come tale non fa presagire niente di buono.

Come un tempo si affermava con una leggerezza che è talvolta arrivata a rasentare la supponenza che il nostro bel calcio era uno degli specchi di un paese che evidentemente andava a vele spiegate come i suoi proverbiali navigatori, dal fatto che adesso lo stesso calcio va male – anzi malissimo – dobbiamo evidentemente dedurre che l’Italia è molto travagliata. Basta darsi uno sguardo intorno per capire che è proprio così ma viene naturale chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina, se cioè il cosiddetto Sistema Italia stia facendo fallire ogni settore produttivo (ammorbando anche la vita sociale) o se non sia stata invece la mala gestione di questi, quindi anche del calcio, ad affondare il paese. Un paese in cui si è capito che ci sono ben pochi, altrettanto proverbiali santi e a cui i poeti non bastano più. Per ripartire, semmai, servono umiltà e olio di gomito.

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Posted in: attualità, calcio