Saponi & Co.

Posted on 04/04/2012

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-Di Karima Al Zeer

Pulizia e detersione della casa sono operazioni che inevitabilmente vengono svolte quotidianamente.

Ogni giorno vengono utilizzati detersivi e detergenti prodotti industrialmente grazie anche alle incessanti pubblicità che ci ritroviamo a dover guardare in continuazione in televisione, in cui si fa a gara su quale sia il prodotto che “pulisce e smacchia meglio”.

Per capire come nacque l’esigenza di creare i detersivi (detergenti sintetici) facciamo un passo indietro e vediamo come viene generalmente prodotto un sapone cercando di capire perché il suo utilizzo abbia lasciato posto ai detersivi.

Se un grasso od un olio (entrambi contenenti acidi grassi) vengono riscaldati in presenza di sostanze basiche (alcaline) si avrà la formazione di glicerolo e di sali degli acidi grassi, ovvero i saponi.

La produzione del sapone attraverso i grassi animali, come il sego, riscaldati in presenza di ceneri (che sono alcaline), è uno dei processi chimici più antichi. Sembra che le prime testimonianze del suo utilizzo risalgano alla civiltà babilonese.

In seguito, dopo il contatto con le civiltà arabo-islamiche (durante il periodo delle crociate) si imparò a fabbricare un sapone meno aggressivo grazie all’uso di oli vegetali.

Gli arabi infatti producevano saponi, già nei primi anni dell’Islam, a partire da olio d’oliva o di timo con l’aggiunta di essenze aromatiche. Furono i primi ad usare la soda caustica per il processo di saponificazione, e perciò, praticamente, furono gli inventori del moderno sapone. Ad esempio, sono tuttora famosi i saponi di Nablus (Palestina) e di Aleppo (Siria).

I saponi arabi raggiunsero Spagna e Sicilia dopo l’800 grazie all’espansione araba, e il resto d’Europa dopo, appunto, la fine delle crociate.

La diffusione vera e propria del sapone avvenne nel 19° secolo, tanto che il chimico tedesco Justus von Liebig faceva notare che la quantità di sapone consumata da una nazione era indice del suo grado di ricchezza e civiltà.

Come agisce un sapone?

In genere, sia su un vestito che sul corpo, lo sporco aderisce grazie ad un sottile strato di grasso. Se quest’ultimo viene asportato, si possono dunque lavare via le particelle di sporco.

Le molecole di sapone sono costituite da una lunga catena idrocarburica (=contiene solo atomi di carbonio e idrogeno) alla cui estremità è presente un gruppo polare o ionico. La catena è lipofila (affine ai grassi e quindi solubile in essi), l’estremità polare è idrofila (affine all’acqua e solubile in essa).

Quando viene mescolato in acqua, il sapone forma una sorta di dispersione colloidale in cui sono contenuti degli aggregati delle sue molecole detti micelle, che possiamo definire come delle micro-sferette, la cui superficie, esposta all’acqua, viene formata dalle estremità polari idrofile, mentre le catene carboniose lipofile sono dirette verso il centro.

Nel momento in cui agiscono per rimuovere lo sporco, queste micelle vanno a circondare ed emulsionare le goccioline di grasso o di olio: le code lipofile di sciolgono nel grasso mentre le estremità idrofile si protendono fuori, verso l’acqua. Così, le goccioline diventano stabili in soluzione acquosa.

Altra proprietà dei saponi è la bassa tensione superficiale che permette loro di bagnare meglio un materiale rispetto all’acqua pura. Per questo appartengono alla classe dei tensioattivi.

Grazie a queste due caratteristiche, particelle di sporco, grasso e olio, una volta emulsionate, possono essere sciacquate via.

I detergenti sintetici (detersivi), la cui azione si basa sugli stessi principi in cui funzionano i saponi, sono a base di prodotti petrolchimici la cui struttura molecolare è simile a quella dei saponi (che sono gli unici tensioattivi naturali).

Attualmente la produzione mondiale annua di detergenti sintetici (detersivi) supera quella dei saponi. Si distinguono in base alla quantità di tensioattivi sintetici che contengono, i quali possono essere suddivisi in: anionici (i più diffusi, la cui parte idrofila è caratterizzata da una carica negativa), cationici (aventi carica positiva nella parte idrofila), non ionici (non hanno nessuna carica) ed anfoteri (hanno una carica negativa ed una positiva, quindi si comportano da acidi o da basi a seconda dell’acidità della soluzione).

Più dettagliatamente: i tensioattivi anionici hanno la caratteristica di sciogliere lo sporco in maniera efficace (producono anche molta schiuma); quelli cationici, irritanti, hanno una buona azione battericida, perciò si utilizzano per produrre soluzioni e saponi disinfettanti; quelli non ionici sono abbastanza efficaci e non producono molta schiuma, cosa che li rende adatti all’utilizzo nei detersivi per le lavatrici; infine quelli anfoteri, aventi le proprietà sia degli anionici che dei cationici, vengono utilizzato in campo cosmetico e tessile.

Fino agli anni ’50 del secolo scorso si utilizzavano quasi esclusivamente i saponi; furono la scarsità di grassi e di olio dopo le 2 guerre mondiali a spingere i ricercatori a trovare delle alternative, oltre al fatto che, ad esempio, i saponi non sono adatti a tutti i tessuti. Questo perché essendo sali di acidi deboli, in acqua danno luogo a soluzioni alcaline. In più non funzionano bene in ambiente acido, perché gli acidi a lunga catena precipitano formando scorie solide.

In secondo luogo si formano sali insolubili con gli ioni calcio, magnesio e ferro contenuti nelle acque “dure”, che provocano dei residui nei lavandini o nelle vasche.

Questi inconvenienti sono stati risolti in vari modi: ad esempio la durezza dell’acqua può essere eliminata tramite dispositivi che eliminano gli ioni calcio e magnesio sostituendoli con gli ioni sodio, anche se non è una cosa molto indicata per le persone che dovrebbero limitare l’assunzione di sodio.

È inoltre possibile aggiungere fosfati per eliminare gli ioni metallici che, formando dei complessi solubili con questi ultimi, impediscono la formazione di sali insolubili con il sapone.

Purtroppo l’uso indiscriminato dei fosfati ha creato un notevole danno ambientale: dato che sono presenti nei detersivi, quantità enormi di questi sono finite nelle acque di mari, laghi e fiumi. E dato che i fosfati sono fertilizzanti, hanno contribuito a stimolare la crescita di alghe che, consumando parte dell’ossigeno disciolto nelle acque, hanno provocato la morte di pesci e animali acquatici. Tuttora vengono aggiunti ai detersivi, ma la quantità è limitata per legge (non devono superare l’1%).

In più, cosa molto importante, i detersivi non vengono rapidamente biodegradati dai batteri naturali a causa della catena ramificata della loro molecola. Si ha così l’inquinamento dei corsi d’acqua (rilevabile dalla formazione di schiuma).

L’industria chimica ha cercato di eliminare queste difficoltà producendo vari prodotti biodegradabili con catene lineari simili a quelle dei saponi classici che quindi riescono ad essere demolite dall’azione batterica.

Ultima cosa, ma non per importanza, i detergenti sintetici in genere, aumentano la probabilità di far venire allergie e dermatiti.

Il consiglio, quindi, è quello di ridurre il più possibile il consumo dei detergenti, di cui fanno parte, non bisogna dimenticarlo, anche tutta quella serie di prodotti per la casa quali ad esempio: ammorbidenti, candeggianti, smacchiatori, di limitare l’utilizzo di quelli non strettamente necessari e di preferire quelli ad elevato indice di biodegradabilità che ora sono reperibili praticamente in ogni supermercato.

E’ poi possibile “fabbricarsi” i detergenti necessari alla detersione della casa con il fai-da-te. Le nostre nonne che una volta usavano aceto, limone, sale e bicarbonato avevano ragione!

Si possono reperire, in siti come questo: http://biodetersivi.altervista.org/index_file/page0006.htm, diverse interessanti ricette per la preparazione dei detergenti necessari, come il detersivo per i piatti o quello per la lavastoviglie.

Così, ambiente e salute, sicuramente, ringrazieranno.

(Chi è interessato ad alcune ricette per la cosmesi fai-da-te, può far riferimento agli articoli di Monica Grigolo, sempre nel nostro sito)

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