Sarajevo (Gerusalemme d’Europa), per non dimenticare…

Posted on 02/04/2012

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-Di Lamia Erminia Riva

Sarajevo è la Gerusalemme d’Europa. Da sempre qui vivono insieme musulmani, cattolici, ebrei e ortodossi. La separazione della Jugoslavia nei primi anni Novanta, getta questa città in una guerra civile dai toni etnici. Per più di tre anni la città vive sotto assedio. La popolazione target di cecchini, fatica a trovare cibo e risorse primarie. Poi i raid Nato e i processi di pace.

Oggi, che la guerra sembra lontana, Sarajevo prova a guardare nuovamente al futuro. Mantenendo il multiculturalismo che da sempre l’ha connotata.

La guerra in Bosnia Herzegovina iniziò nel marzo 1992, a soli due mesi dalla conclusione della guerra in Croazia, che si era protratta dall’agosto 1991 al gennaio 1992. L’escalation che provocò lo scoppio del conflitto maturò seguendo un lungo percorso, e partì dalla strumentalizzazione delle diverse identità ed etnie residenti sul territorio bosniaco: i musulmani, i serbi di Bosnia, i croati di Bosnia.

La Bosnia era una delle repubbliche della Federazione Jugoslava (con capitale Sarajevo). Questa regione ha sempre avuto, a partire dal Medioevo, una propria caratterizzazione autonoma, una stessa lingua, quella serbo-croata, ed una difficile convivenza di tre religioni: cattolica (professata dai croati), ortodossa (professata dai serbi) e musulmana. L’origine di questi musulmano-bosniaci é particolare. Essi sono i discendenti di una setta cristiana medievale : i bogomili, che contestavano il potere di Roma da un lato e di Bisanzio dall’altro (capitali rispettivamente del cattolicesimo e dell’ortodossia) poiché predicavano e sostenevano la più totale povertà evangelica, non consideravano testo sacro l’Antico Testamento e respingevano gran parte dei sacramenti, erano avversi alle gerarchie religiose ed al culto delle immagini, non riconoscevano alcuna autorità terrena. Tra i secoli XI e XV furono duramente perseguitati dai sovrani bizantini e bulgari, subirono condanne da vescovi e concili, furono combattuti aspramente dai missionari cattolici. Quando i Balcani furono invasi dagli ottomani, i bogomili accolsero con favore degli invasori che si mostravano molto più tolleranti con loro dei “civili” cristiani.

Nel settembre 1991 il “Partito Democratico Serbo” (SDS), capeggiato da Radovan Karadzic, proclamò l’autonomia di una serie di regioni bosniache definite “serbe”. A dicembre il parlamento bosniaco, contro l’avviso del SDS, proclamò la “sovranità della Bosnia Erzegovina”, e richiese il riconoscimento internazionale come stato indipendente; ne seguì un referendum per l’indipendenza, tenuto nel febbraio 1992 e boicottato da larga parte della popolazione serba. Il 21 febbraio venne creato l’Unprofor, (contingente di “caschi blu” dell’Onu in Bosnia) il cui obiettivo era il “mantenimento della pace”, poiché il risultato del referendum aveva sancito la nascita della nazione indipendente di Bosnia-Herzegovina, scatenando i primi focolai di guerra.

Le prime trattative internazionali “di pace” produssero a marzo un primo progetto di divisione della Bosnia in tre parti, l’una croata, l’altra serba e l’altra ancora musulmana. Lo stesso mese iniziò la guerra in provincia, diverse città furono bombardate e svuotate dei loro abitanti musulmani e croati da parte delle truppe del SDS.
Il conflitto cresceva e il 5 aprile arrivò a Sarajevo: i cecchini dell’ SDS spararono su una manifestazione pacifista nella capitale , causando decine di morti.
Iniziò così l’assedio di Sarajevo da parte serba ed il giorno dopo arrivò il riconoscimento internazionale della Bosnia Erzegovina.

Come conseguenza le forze nazionaliste serbo-bosniache crearono un proprio stato, la “Repubblica Serba di Bosnia”, coprendo circa il 70% del territorio bosniaco, che, nei mesi successivi, venne sistematicamente “ripulito” dalla popolazione non serba che vi viveva (più della metà dei morti di tutta la guerra bosniaca si concentra nel periodo marzo-settembre 1992).

Oltre ai serbi-bosniaci dell’SDS di Karadzic vi erano due altre forze che si contendevano il territorio bosniaco. Da un lato l’organizzazione bosniaco-croata, l’ “Unione Democratico Croata” (HDZ), capeggiata da Mate Boban, che disponeva di proprie truppe militari (il Consiglio Croato di Difesa”, HVO), largamente appoggiate dalla Croazia, che proclamò la “Comunità Croata di Herceg-Bosnia” su circa il 10% del territorio bosniaco. Dall’altro l’organizzazione bosniaco-musulmana, il “Partito per l’Azione Democratica” (SDA), capeggiato da Alija Izetbegovic.

Entrambe queste formazioni, come l’ SDS serbo, erano d’accordo sull’obbiettivo di spartirsi la Bosnia Erzegovina, come si era visto nel corso delle prime trattative internazionali nel febbraio-marzo 1992, ma non trovarono l’accordo sui confini tra i tre mini-stati che avrebbero dovuto essere creati.

Si calcola che in soli tre mesi il conflitto in Bosnia abbia provocato 40.000 morti, la maggior parte musulmani. Nel maggio 1992 la neonata Federazione Jugoslava, per non incorrere nell’accusa di aggressione ad uno stato sovrano, richiamava in patria serbi e montenegrini impegnati nell’esercito federale di stanza in Bosnia. In realtà i 100.000 militari di tali unità erano per oltre il 90% serbi della Bosnia e da quel momento entrarono così a far parte dell’esercito di Karadzic. La Serbia ha continuato comunque, anche se in forma meno aperta, a rifornire e sostenere i serbi di Bosnia. Anche la Croazia era entrata quasi da subito pesantemente nel conflitto sostenendo i croato-bosniaci, il cui leader, Mate Boban, proclamava il 4 luglio 1992 la creazione della Comunità Croata dell’Herzeg-Bosna unificando i territori controllati dalle sue milizie. La sua guerra si rivolse soprattutto contro i musulmani verso i quali applicò le stesse tecniche di pulizia etnica usate dai serbi. La guerra croato-musulmana é terminata con gli accordi del marzo 1994. La neonata federazione croato-musulmana controlla il 30% del territorio, pur rappresentando quasi il 70% della popolazione.

Nonostante queste affermazioni, aumentarono le tensioni tra croati e musulmani: i primi scontri militari aperti avvennero nell’ottobre 1992, quando le forze croate lanciarono una serie di offensive contro i propri “alleati” e si assicurarono il controllo di parte della Bosnia centrale. Nelle cittadine cadute in mano al’ HDZ la popolazione musulmana venne sistematicamente espulsa.
Le iniziative diplomatiche internazionali si mossero intanto nella direzione non più di una regionalizzazione etnica della Bosnia, ma di una vera e propria creazione di tre mini-stati bosniaci.

Belgrado e Zagabria si accordarono in questo senso nel giugno 1993, seguiti da un accordo tra Boban e Karadzic. Ad agosto venne proclamata da parte croata lo “Stato di Herceg-Bosnia”, e lo stesso mese fu formalizzato un nuovo piano di pace internazionale, il “piano Owen-Stoltenberg” che faceva propria l’impostazione di tre mini-stati etnicamente omogenei, e quindi di una pace basata sui risultati delle “pulizie etniche”.

I mesi tra giugno e agosto furono mesi di uno scontro durissimo all’interno della leadership musulmana, dove Izetbegovic riuscì ad emergere come vincitore, grazie anche all’appoggio e ai ricatti che provennero da parte internazionale, fautrice della tripartizione della Bosnia.
L’ SDA di Izetbegovic, senza più costrizioni politiche, iniziò un discorso pienamente e conseguentemente nazionalista-musulmano.

Le iniziative diplomatiche internazionali si mossero intanto nella direzione non più di una regionalizzazione etnica della Bosnia, ma di una vera e propria creazione di tre mini-stati bosniaci.

Sia pure in modo contraddittorio emerse nel corso dei mesi seguenti la combinazione di fattori che portarono alla conclusione delle ostilità in Bosnia: mantenimento del piano di divisione della Bosnia elaborato dal Gruppo di Contatto, modifica dei fronti tra i vari eserciti per far coincidere le mappe del “piano di pace” e la situazione sul terreno, marginalizzazione della direzione serbo-bosniaca.
La modifica dei fronti di guerra in Bosnia passò attraverso una serie di accordi stipulati tra Zagabria e Sarajevo, tra il marzo e il luglio 1995: alleanza ineguale, visto da un lato il grosso impegno statunitense nel ricostruire e rifornire dall’estate 1994 un esercito croato che fino a quel momento aveva dato pessime prove di sé, e dall’altro il mantenimento dell’embargo militare nei confronti di Sarajevo, ribadito con un veto presidenziale di Clinton ancora nell’agosto 1995.

La Bosnia come stato viene mantenuto in vita grazie a una massiccia presenza militare straniera (la missione IFOR, poi rinominata SFOR), come una sorta di protettorato internazionale, per cui un “Alto Commissario” ha il potere di imporre una serie di sanzioni e misure alle autorità bosniache, e di controllare il flusso di aiuti economici senza i quali non verrebbero soddisfatti i bisogni minimi della popolazione scampata al conflitto.

La firma ufficiale dell’accordo di pace è avvenuta a Parigi il 14 dicembre 1995.

Su una popolazione prima della guerra di meno di 4 milioni e mezzo di abitanti sono morti 140.000 musulmani, 97.000 serbi, 28.000 croati e 12.000 persone di altre nazionalità.
L’85% delle persone uccise erano civili.

E’ consigliata la visione del film “No man’s land” (Terra di nessuno) che racconta il ridicolo di una guerra ingiusta e atroce come quella di Bosnia aiutando a riflettere sull’assurdità della guerra in generale.

Infine, una riflessione: “la lingua parlata dai Serbi, dai Croati e dai Bosniaci è di fatto la stessa. Oggi i Serbi la chiamano serbo, i Bosniaci bosniaco e i Croati croato. Ma quando parlano si capiscono perfettamente tra loro”. È una frase su cui meditare.

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