“La polvere che uccide”

Posted on 22/03/2012

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-Di Karima Al Zeer

L’amianto (o asbesto) è stata la prima fibra inorganica naturale ad essere utilizzata.

Con il termine “fibre” vengono indicate sia le fibre di amianto che si trovano in natura, sia i filamenti sintetici (come le fibre di vetro e di carbonio) che superano un rapporto lunghezza/diametro di 3 a 1.

Le fibre inorganiche miscelate all’interno di altri materiali procurano un aumento delle proprietà di rinforzo (hanno elevata resistenza alla trazione, elevato modulo di elasticità e bassa densità) e di isolamento (hanno bassa conducibilità termica, elevata stabilità termica e non sono infiammabili). Ecco perché si dice “Avere le mani d’amianto”. Sicuramente il fatto di non essere infiammabile ed essere resistente al calore ha contribuito alla larga diffusione dell’amianto.

Con questo termine non si individua un singolo minerale, ma una classe di materiali (del gruppo dei silicati) derivanti dalla famiglia dei serpentini (di cui fanno parte il crisotilo o “amianto bianco”, la lizardite, l’antigorite) e degli anfiboli (di cui va ricordata la crocidolite o “amianto blu”).

Circa il 95% dei giacimenti sono costituiti da amianto crisotilo, appartenente ai serpentini (Canada e Russia), il restante 5% è ricco di amianto anfibolo (Sud Africa).

A livello storico, Persiani e Romani utilizzavano l’amianto per produrre dei manufatti con cui avvolgere i cadaveri da cremare, in modo da ottenere ceneri più pure e chiare. Una credenza popolare diceva che l’amianto fosse “la lana della salamandra” e che per questo motivo, quindi, tale animale potesse sfidare il fuoco senza subire danni. Addirittura nel ’600 veniva usato come cura per la scabbia e per le vene varicose ed è rimasto presente in alcuni farmaci fino agli anni ’60 come polvere contro la sudorazione e nella pasta per le otturazioni dentarie.

La prima utilizzazione nell’industria risale agli ultimi decenni dell’800 e ai primi del ‘900.

E’ proprio nel 1901 che l’austriaco Ludwig Hatschek ottenne il brevetto per l’uso del composto cemento-amianto: l’”Eternit” (dal latino aeternitas, eternità). Fu nel 1907 che nacque in Italia, a Casale Monferrato (Alessandria, Piemonte), il primo stabilimento Eternit, il più grande d’Europa.

Nei suoi ottant’anni di vita quest’azienda divenne famosissima per i suoi manufatti, che andavano dalle fioriere alle lastre usate in tetti e capannoni, ai tubi in fibro-cemento utilizzati per la costruzione di acquedotti (fino alla fine degli anni ’70). Venne utilizzato, oltre che nei settori industriali, nelle scuole, negli ospedali…

Cos’è che rende l’amianto nocivo alla salute?

Non si tratta della sua composizione, difatti la presenza di prodotti in cemento-amianto non costituisce, di per sé, un rischio; questo perché non emette, ad esempio, radiazioni. Il problema è dovuto alla dispersione delle fibre di amianto nell’aria e nel suolo, cosa che avviene soprattutto con il deterioramento dei manufatti (causato dal passare del tempo e dagli agenti atmosferici).

Queste fibre, già di per sé piccole, hanno la capacità di dividersi longitudinalmente e diminuire quindi la loro grandezza fino ad arrivare a misurare pochi centesimi di micron (millesimo di millimetro). Per fare un paragone, si pensi che il diametro di un capello varia dai 17 ai 180 micron e che 200 fibre di “amianto blu” misurano circa 0,2 micron. Detto questo si può capire come sia facile inalarle.

Le principale malattie dovute alla loro inalazione sono: la fibrosi polmonare (asbestosi), la fibrosi pleurica, il cancro polmonare e, forse il più conosciuto, mesotelioma pleurico. Quest’ultimo ci mette circa 30 anni per manifestarsi.

Difatti sono migliaia gli abitanti di Casale Monferrato uccisi dall’amianto, anche perché lo stabilimento della Eternit diffondeva con degli aeratori la polvere in tutta la città. Così ad essere colpiti non sono stati solo gli operai, ma anche il resto degli abitanti. E, nonostante già dal 1962 si era consapevoli del fatto che l’amianto fosse nocivo per la salute, continuarono ad utilizzarlo.

In più, oltre allo stabilimento di Casale Monferrato ce ne sono stati altri: quello di Bagnoli (Napoli), quelli di Broni (Pavia), di Cavagnolo (Torino), di Rubiera (Reggio Emilia) e di Siracusa, e poi ci furono altre aziende Eternit all’estero, soprattutto in Francia.

Nel 1981 ebbe inizio un’importante causa civile contro l’Eternit e l’Inail mossa da 80 operai, in cui fu disposta una perizia scientifica per accertare l’esistenza del rischio amianto nei vari reparti dello stabilimento. Il rapporto, purtroppo, ne confermò la presenza.

Nel 1987 il sindaco di Casale Monferrato, con un’ordinanza, vietò l’utilizzo di manufatti di amianto e di cemento-amianto nell’ambito del territorio comunale. Fu così l’inizio di una battaglia, iniziata dall’intera città, per esigere sicurezza, giustizia e verità.

Finalmente, il 2 marzo 1992, l’amianto venne messo al bando con la legge 257.

Per quanto riguarda la storia recente, il 6 aprile 2009 iniziò presso il Tribunale di Torino, il processo, istituito da Guariniello, contro  lo svizzero Stephan Ernest Schmidheiny ed il belga Louis De Cartier de Marchienne (ultimi due proprietari della Eternit), ritenuti responsabili delle numerose morti (almeno 2000) per mesotelioma avvenute tra gli ex-dipendenti delle fabbriche.

Il processo si è concluso il mese scorso (13 febbraio) ed i due sono stati condannati a 16 anni di carcere. La magistratura ha infatti accertato che i proprietari erano consapevoli da tempo della nocività dell’amianto, ma hanno continuato lo stesso a lavorarlo.

Per la prima volta al mondo, così, è stato emesso un verdetto che ha riconosciuto i danni dell’amianto e che ha condannato i responsabili per disastro ambientale aggravato.

“Un rosario infinito. Tutti rigorosamente in piedi abbiamo ascoltato in silenzio per lunghe ore i nomi di migliaia di vittime e i nomi dei loro parenti, intere famiglie colpite dall’amianto. Quei cognomi provenienti da tutta Italia ci hanno fatto rivivere un dramma collettivo a cui l’esemplare sentenza emessa dal Tribunale di Torino ha finalmente contribuito a rendere giustizia, dopo che per decenni l’allarme amianto è stato sottovalutato” (presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta).

Purtroppo, però, ancora oggi non si riesce a fare una valutazione sul numero delle vittime, la cui lista non può dirsi chiusa, perché, come detto in precedenza, il mesotelioma ha un periodo di incubazione ci circa 30 anni.

L’ultima vittima, Marco Giorcelli, è della scorsa settimana (15 marzo). Marco, di Casale Monferrato, era direttore del giornale locale (“Il Monferrato”) ed insieme alla moglie Silvana, anche lei giornalista, ha promosso una campagna di informazione proprio sull’amianto.

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