Leggendarie infusioni

Posted on 20/03/2012

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-Di Marianna Citino

C’era una volta un imperatore cinese che un giorno inventò il tè.
O meglio: c’era una volta un imperatore cinese il quale, come molti suoi connazionali anche dei tempi moderni, aveva l’abitudine, per noi certamente strampalata, di sorseggiare una tazza di acqua calda.
Durante una di queste sue sessioni di rilassante degustazione d’acqua calda, nell’elegante tazza di porcellana bianca e blu dell’imperatore Shen Nong, il quale si trovava beatamente seduto in giardino, caddero alcune foglie di tè, dolcemente sospinte forse dalla garbata brezza pechinese.

L’acqua, a contatto con le temerarie foglioline, iniziò a tingersi di un tenue color ambra e che via via s’intensificava sempre più. Assieme al colore, le foglioline di tè avevano regalato a quella semplice e disadorna acqua calda anche un fragrante aroma che, sprigionandosi lentamente, aveva cominciato a raggiungere le narici imperiali affascinando Shen Nong il quale, con uno sguardo calmo e contemplativo, era rimasto ad osservare affascinato questo abbraccio fra elementi.
Quelle foglioline a contatto con l’acqua calda avevano prodotto una bevanda ambrata e che emanava un profumo irresistibile, così tanto da invogliare l’imperatore ad assaggiare il frutto di questo inaspettato connubio.
Già dal primo sorso, Shen Nong si rese conto di non aver mai assaggiato una bevanda più squisita di questa e così ordinò prontamente ai suoi servi di coltivare questa preziosa e strana pianta – la Camellia Sinensis da cui derivano tutti i tè – nei suoi giardini privati di palazzo.

La leggenda, quindi, farebbe risalire a questo delizioso aneddoto l’origine del tè e della sua preparazione per infusione.
Ma come tutte le leggende, anche questa ci lascia in balìa del sospetto incerto e della curiosità che non c’incoraggiano a scavare oltre perché – con molte probabilità – la vera dinamica degli eventi risulterebbe più pedestre e molto, ma molto meno poetica di quella propostaci da chi forse osservò Shen Nong e le volteggianti foglioline di tè dirette nella fragile tazza d’acqua calda.
Comunque, con o senza fatti certi alla mano e magari solo una curiosa leggenda su cui forse si è ricamato un po’, il tè è diventato indubbiamente una delle bevande più consumate e amate al mondo.
Ad esempio in Cina, la patria indiscussa di quest’antica bevanda, ancora oggi il tè continua ad essere un elemento irrinunciabile della quotidianità dei cinesi, proprio come i loro antenati che vissero secoli fa all’epoca delle antiche dinastie.

Il tè, nei secoli, si è diffuso rapidamente divenendo un vero e proprio collante sociale in quasi tutto il continente asiatico, in molti Paesi del Medio Oriente e in numerose zone dell’Africa, arrivando in Russia ed alcune parti dell’Europa dove il tè è tradizione granitica, come nel caso del Regno Unito.
E il Giappone, sebbene ammaliato dal caffè e vantando un numero inaspettatamente alto di caffetterie per km², non ha mai abbandonato il proprio legame con il tè, dedicando ad esso un posto di privilegio nella vita quotidiana e nei rapporti interpersonali della propria gente.
E` fondamentale notare però che il tè inteso dai giapponesi è quello verde e che loro chiamano semplicemente o-cha. La parola giapponese cha, che significa tè ed e` identica nella lingua cinese, è simile in molte altre lingue dell`Asia avvicinandosi persino all`arabo chai. Pensate che il tè dei portoghesi è il chá!

La lingua giapponese pone il prefisso o- vicino ai sostantivi che rappresentano elementi da trattare con rispetto, come il riso oppure appunto il tè, ossia o-cha.
Quindi il tè normale è quello verde, mentre nella categoria dei tè esotici – da un punto di vista nipponico, s`intende – rientrano tutte le varietà cinesi, indiane, o le classiche miscele predilette dagli inglesi. Se pensiamo a celebri tè tipo il Darjeeling, l`Earl Grey, l`Assam, l`English Breakfast Tea, il Nilgiri, ecc. per i giapponesi sono tutte varietà con un che di straniero, di esotico e che profuma di luoghi lontani.

Delle principali varietà di tè indigene del Giappone, tra cui ricordiamo il gyokuro, l`hoojicha, il genmaicha, il celebre matcha utilizzato nella cerimonia del tè, il sencha – proveniente principalmente dalle piantagioni dell`incantevole Prefettura di Shizuoka, a circa centocinquanta Km sud-ovest di Tokyo – è indubbiamente il più diffuso e comune. Lo si acquista esclusivamente sfuso (il tè verde in bustina è un`irriverenza da evitare senza se e senza ma) e lo si mette in infusione per circa quindici secondi, tenendo a mente che il tè verde – a differenza di quello nero e che per diventare tale ha subito un processo di ossidazione delle foglie – è notevolmente più delicato e con un bisogno maggiore di essere maneggiato con cura e messo a contatto con dell`acqua calda che non abbia raggiunto il punto di ebollizione. E i tempi d`infusione che il tè verde esige sono assai corti, a meno che si voglia rischiare di rovinarne l`aroma ed il sapore irrimediabilmente.

Una delicata tazza di sencha, e il cui interno sarà sempre e solo di colori chiari come il bianco, l`azzurrino tenue, il giallo pallidissimo per non interferire con il verde pulito e limpido della bevanda, accompagna i giapponesi a colazione, a metà mattina, nel pomeriggio, dopo cena. Li accompagna quando sono da soli, insieme a famigliari ed amici, oppure nel bel mezzo di una riunione di lavoro.
Un tè puro, pulito, e mai adulterato dalla presenza di zucchero, miele o altre sostanze che inevitabilmente ne altererebbero il delicato e smeraldino sapore.
Una bevanda, questa, che non ha bisogno di quinte e il cui palco è la tazza e la cui platea sono i palati di chi ne sa apprezzare il gusto.
Tra le più autorevoli opere di letteratura giapponese, sarebbe da stolti ignorare Il libro del tè, la magnum opus di Okakura Kakuzō celebre scrittore e pensatore giapponese e che pubblicò – in un lontano 1906 nipponico che sapeva già di occidente – questo libretto da poche pagine che però ridefinirono la valenza storica, meditativa, salutare e sociale del tè.

In una delle sue riflessioni, il professor Okakura ci ricorda che “Il tè non ha l’arroganza del vino, né la supponenza del caffè e neppure la leziosa innocenza del cacao”.
E intanto torniamo ad immaginare, con la fantasia, Shen Nong mentre – con uno sguardo rapito – ammira le leggiadre capriole che le foglioline di Camellia Sinensis stanno compiendo a mezz`aria per finire di lì a poco in quella leggendaria tazzina la cui acqua presto si tingerà di venature e svolazzi dorati.

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