L’altro 8 marzo, la lotta per l’identità del San Lorenzo

Posted on 04/03/2012

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-Di Andrea Ciprandi

Ci sono città che rappresentano veri e propri universi. Le loro dimensioni e l’eterogeneità della gente che ne popola i quartieri fanno di esse agglomerati di identità di infinita ricchezza.

Fra esse, spicca certamente Buenos Aires. La capitale argentina è un autentico mosaico di comunità diverse, ognuna con la propria storia e spesso radicata in un quartiere detto ‘barrio’ al cui interno ha potuto organizzarsi con una certa autonomia. Col passare degli anni, dal secondo Ottocento fino ai tempi moderni, la maggior parte di questi microcosmi ha assunto connotazioni ben precise e trovato mezzi attraverso cui esprimersi in modo originale.

Uno di questi elementi distintivi è certamente il calcio. A conferma della complessità e delle molteplici sfaccettature della città, che a oggi è costituita da quarantotto ‘barrios’, esistono addirittura venti squadre che, va da sé, sono per lo più espressione di una precisa località pur essendo talvolta tifate anche nel resto del Paese. Tanti, infatti, sono i club iscritti ai maggiori campionati professionistici nazionali che giocano entro i confini cittadini, a cui ne vanno aggiunte altre decine per arrivare al totale di una sessantina considerando anche quelli delle immediate vicinanze della capitale, la cosiddetta Gran Buenos Aires.

Ultimamente sono due i fenomeni socio-culturali legati allo sport e in particolare al calcio che stanno animando l’Argentina e Buenos Aires: il movimento creatosi di recente attorno al River Plate, uno dei club più gloriosi del calcio mondiale che a metà 2011 è retrocesso in seconda categoria per la prima volta nella sua storia, e le recriminazioni storico-territoriali del San Lorenzo de Almagro, altra società di grandissima tradizione. In entrambi i casi ruolo fondamentale è quello dei tifosi, che si sono autenticamente stretti attorno alla squadra del cuore col preciso intento di aiutarla a ottenere quel che cerca: da un lato l’immediato ritorno in Primera Division, dall’altro quello al ‘barrio’ natìo – che ha ovviamente implicazioni molto più complesse andando ben oltre l’aspetto calcistico e rifacendosi a un passato meno prossimo, benché nemmeno questo sia bastato a guadagnarsi la dovuta attenzione da parte dei principali mezzi d’informazione che di fatto privilegiano le vicende più strettamente di cronaca del River.

Dal 2005 dirigenti e tifosi del San Lorenzo de Almagro, questi ultimi organizzati in diversi gruppi legati più o meno direttamente alla società ma comunque tutti riconosciuti da essa, stanno facendo pressione sulle istituzioni cittadine affinché consentano al club di tornare al quartiere da cui proviene. A cavallo degli anni Settanta e Ottanta, lo storico stadio denominato Gasometro che sorgeva a ridosso di Avenida La Plata e in cui la squadra giocava del lontano 1916 fu prima chiuso e poi abbattuto per lasciare il posto di lì a breve a un supermercato Carrefour. Alla base, uno scellerato accordo fra alcuni dirigenti del club e la dittatura del tempo, che attraverso l’intendente cittadino aveva annunciato apparentemente inevitabili stravolgimenti urbanistici atti a modernizzare la zona ma che invece mirava a soffocare un ambiente sociale e sportivo largamente riconosciuto ostile come nessun altro nella capitale e in realtà non fece altro che favorire l’acquisizione finale di quel terreno da parte della multinazionale francese – a cui nel frattempo era stato concesso di erigere edifici commerciali. Non si aprirono quindi nuove strade né si costruirono abitazioni e scuole come stabilito da un’apposita legge: semplicemente, al posto dello stadio argentino forse più famoso di sempre sorse il primo di una serie di supermercati di proprietà straniera che nel giro di qualche decennio avrebbero soppiantato la maggioranza di quelli argentini, crescendo come funghi in ogni angolo di un Paese la cui svendita era evidentemente iniziata.

Conseguenza di quello strazio fu la perdita di un luogo la cui importanza culturale andava ben oltre quella sportiva. Con un campo da gioco enorme, più grande di quello del Camp Nou di Barcellona, e spalti in legno e ferro da settantacinquemila posti, il Gasometro era luogo di ritrovo anche in occasione di svariate manifestazioni artistiche, molte delle quali musicali e in particolare di ballo. Sorgeva nel cuore di Boedo, ‘barrio’ che in principio era parzialmente ricompreso in quello di Almagro (che per questo compare nella denominazione del club) e la cui imprescindibile importanza storica è testimoniata anche dall’essere menzionato in uno dei brani di tango più famosi di sempre vale a dire ‘Sur’, scritto e musicato rispettivamente da Homero Manzi e Anibal Troilo. Con l’abbattimento di questo impianto, quindi, si strappò letteralmente il cuore a un’intera comunità. Ma non solo. Ci furono anche ripercussioni pratiche: limitandosi all’aspetto sportivo, la squadra patì addirittura una retrocessione, la prima di una cosiddetta grande dal calcio argentino, e fu costretta a girovagare per campi diversi nel corso di più di un decennio prima che si costruisse un nuovo stadio qualche chilometro più a sud, a Bajo Flores. 

La cosiddetta ‘vuelta a Boedo’, cioè il ritorno al quartiere originario, è quindi un fatto culturale e non solo meramente calcistico. A conferma della nascita spontanea del movimento, che è indicativa, sembra accertato che se ne parlò per la prima volta già nel 1998 allorché lo storico e socio del club Adolfo Res dichiarò “E’ possibile tornare ad Avenida La Plata, è possibile fare ritorno alla nostra Terra Santa”. Quel che seguì non ha pari in tutta la storia del Paese e nemmeno in confronto a quanto sia mai stato fatto in qualsiasi altra parte del mondo. L’intervento del nuovo presidente e le donazioni di alcuni facoltosi tifosi, fra cui il noto attore Viggo Mortensen, hanno permesso di riacquistare già una prima parte dei due isolati della discordia. E così adesso esiste la cosiddetta Plaza Padre Lorenzo Mazza, intitolata al sacerdote per iniziativa del quale nel 1908 si ufficializzò la nascita del club – che esisteva già da alcuni anni ma sotto vari nomi e senza una vera e propria organizzazione. Un’apposita commissione, nel frattempo, sta trattando col governo locale per ottenere l’esproprio dell’intero terreno nell’ambito di un’operazione che è stata a ragione definita di restituzione, o restaurazione, storica. E si moltiplicano le iniziative a sostegno della causa, che sono anche un modo per mantenere viva una tradizione attraverso l’espressione di un fortissimo senso di appartenenza e radicamento territoriale. Alle tre marce da svariate decine di migliaia di tifosi che hanno già manifestato di fronte ai maggiori centri del potere cittadino, fra cui anche l’Ambasciata di Francia, il prossimo 8 marzo ne seguirà una di appoggio alla cosiddetta Legge di Restituzione Storica e con meta Plaza de Mayo e il Municipio che si preannuncia da centomila – in arrivo da ogni angolo della città e dell’Argentina. Questo mentre l’odiato Carrefour, improvvisamente chiuso qualche mese fa apparentemente per rendere possibili alcuni lavori di ristrutturazione, non ha ancora riaperto e il mistero circa questa disposizione alimenta ancor più le aspettative dei tifosi.

Non ne vanno però dimenticate altre, di iniziative. E’ stata infatti creata una vera e propria rete sociale fatta anche della gestione di biblioteche di cui una intitolata al compianto scrittore Osvaldo Soriano, tifosissimo rossoblù, corsi scolari e assistenza per l’impiego, nel segno evidentemente del club anche se sarebbe più opportuno dire di qualcosa di molto più ampio, di cui il club fa parte e per cui (anche) il club esiste. Inoltre, venendo più strettamente alla causa del San Lorenzo, è stata allestita una campagna di sensibilizzazione passata fra l’altro per una massiccia raccolta di firme per tutta Buenos Aires. Vengono poi regolarmente organizzati eventi sportivi, musicali e artistici in genere là dove sorgeva e auspicabilmente tornerà ad essere eretto il Gasometro: la gente si riunisce frequentemente su Avenida La Plata per assistere ad esibizioni e spettacoli nel segno del cosiddetto ‘Ciclon’ e del suo sogno, piuttosto che per metterli direttamente in scena – si tratta di una partecipazione che coinvolge gente comune ma anche i tanti atleti di ogni età che fanno parte del club (che è una polisportiva) e l’ultima iniziativa risale agli scorsi 18 e 19 febbraio. Come a dire che il fuoco sotto la brace non si è spento e che la vita non si è mai fermata.

Al di là dei particolari sviluppi che avrà la vicenda, quanto sta succedendo è già di per sé un segnale di grande speranza. Accanto all’azionariato popolare, che è stato alla base del rifiorire di alcuni club, l’esempio di Boedo induce a credere che un’umanizzazione del calcio in chiave di recupero di tradizione e identità sia possibile e che la discesa in campo e anche in piazza di tifosi animati da spirito costruttivo e non soltanto polemico possa essere un’altra valida via da percorrere. Tanto più se quel che si chiede non è un freddo risarcimento ma la restituzione di un luogo e con esso il recupero di una precisa identità. Non suona quindi retorico l’appello ripreso da uno slogan di chi chiede di poter un giorno portare il proprio figlio al vecchio stadio com’era stato possibile fare al proprio padre. E non sanno di puro colore gli striscioni esposti a centinaia di balconi dentro il quadrilatero compreso fra Avenida La Plata, Independencia, Sanchez de Loria e Caseros, cioè Boedo. Ma non solo.

La cosiddetta ‘vuelta’ ha quindi una grandissima valenza sociale ma prima di qualsiasi altra cosa è la prova della sopravvivenza ai tanti soprusi patiti per colpa di un mercato che ha spesso fatto scempio dello sport in nome del profitto. E forse non è un caso che la prossima marcia avrà luogo l’8 marzo, giornata legata da più o meno un secolo a lotte per diritti sul cui valore politico si è divisi ma che sono pur sempre lotte e per questo sintomo della necessità di un cambiamento da parte di un gruppo di persone a cui si deve comunque attenzione. Da questo 2012 allora la data in questione sarà ancora più significativa grazie alla marcia ‘sanlorencista’, con buona pace di chi potrebbe storcere il naso per il presunto valore inferiore di questa causa rispetto a quella per esempio delle donne di tutto il mondo: perché tutte le recriminazioni sono degne di rispetto e, soprattutto, chi crede che quelle del San Lorenzo abbiano a vedere solo col calcio sta prendendo un clamoroso abbaglio.

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