Esperienze, donne e pensieri

Posted on 01/03/2012

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-Di Anna Vanzan

Di tanto in tanto mi capita di fare una lezione-conferenza in qualche scuola superiore, di preferenza su temi riguardanti le donne nelle società islamiche e, solitamente, sono proprio le ragazze a dimostrarsi più interessate agli argomenti, soprattutto quando si tocca l’abusato tema del velo.

Spesso, occhioni sgranati e sottolineati da un makeup più adatto a una discoteca che a un’aula scolastica mi guardano con aria di chi è contenta di poter vivere in un paese che permette di andare a scuola strizzate in shorts portati su calze trasparenti, una situazione vissuta come segno di libertà, di emancipazione.

Forse non sanno che questa presunta evoluzione in realtà nasconde altre realtà, e che la “libertà” di poter indossare quel che si vuole (dettata, peraltro, dalla moda del momento) è pagata con altre esclusioni. Ad esempio, quella dal mondo del lavoro, visto che la percentuale di donne occupate in Italia è tra le più basse in Europa, e che molte lavoratrici dopo il primo figlio sono costrette ad abbandonare l’impiego.

Certo non si possono approvare gli abusi, le costrizioni, le discriminazioni cui molte donne sono soggette a volte anche sotto falsificato nome di una religione manipolata dai patriarchi e anche, ahimè, dalle matriarche: è evidente che un certo potere maschile resiste perché supportato vuoi dalla paura ma spesso perfino dal consenso di donne che ignorantemente in qualche modo sono legate alla gestione di quel potere.

Ma un monito va lanciato anche alle “nostre” ragazze, che danno per scontata una parità di diritti che è bel lontana da essere stata raggiunta e che, anzi, viene continuamente messa in discussione ed erosa. Non si rendono conto, ad esempio, che sui banchi di scuola continuano ad usare testi pervasi da pregiudizi sessisti, raramente sensibili alle esigenze particolari delle ragazze, che rafforzano i ruoli tradizionali delle donne e degli uomini precludendo alle prime il raggiungimento di una piena e uguale partecipazione alla vita della società.

Non serve potere andare a scuola in minigonna per essere veramente emancipate, né crogiolarsi nel pensiero che al mondo ci sono donne che stanno molto peggio di noi: perché per le donne il cammino non è mai lineare e progressivo, ma sempre tortuoso e spesso riconduce al punto di partenza.

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