In ricordo di Mario Scialoja.

Pubblicato il 26/06/2012

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Scialoja

-Di Nuccio Franco

Si è spento all’età di 82 anni Mario Scialoja, ex ambasciatore italiano, tra i primi a convertirsi all’islam. Con la sua scomparsa, la comunità islamica italiana perde uno dei rappresentanti di maggior spicco, una guida al dialogo ed all’integrazione. Di seguito riportiamo l’intervista che concesse nel giugno 2011:

Mario Scialoja, romano, ex ambasciatore e dirigente della sezione italiana della Lega musulmana mondiale. E’ tra i maggiori e più influenti esponenti della comunità islamica.

Lo abbiamo incontrato nel suo ufficio presso il Centro culturale islamico della Grande Moschea di Roma del quale è componente del CdA ed abbiamo affrontato alcuni tra i principali temi concernenti l’Islam, in primis quello relativo al fenomeno delle conversioni.

Dottor Scialoja,quello della conversione, rappresenta un fenomeno sociologico certamente degno di attenzione, sintomatico di un processo di ricerca, promosso da un forte desiderio di conoscenza che sfocia in un percorso personale e spirituale complesso. Da quanto tempo è avvenuta la conversione e quali sono state le ragioni alla base della scelta di abbracciare un credo diverso da quello d’origine? Quali sono state le tappe fondamentali del suo personale cammino di avvicinamento alla nuova religione? 

La mia conversione all’islam è avvenuta alla fine del 1988, all’età di 58 anni quando ero Rappresentante Permanente Aggiunto con il rango di Ambasciatore alle Nazioni Unite a New York. Non c’è stata nessuna particolare ragione a determinare questo mio avvicinamento all’Islam, nessun evento in particolare così come nessuno che abbia cercato di influenzarmi. Ho cominciato leggendo il Corano e sono stato attratto dal rapporto diretto tra i fedeli ed il Signore, senza intermediari dove per tali intendo non la gerarchia ecclesiastica ma anche questo mondo di santi e sante in Paradiso ai quali ci si rivolge in preghiera e che fanno miracoli cui non ho mai francamente creduto. In sostanza, si è trattato di una scelta esclusivamente personale e consapevole che non ha cambiato la mia vita dal punto di vista pratico, nella quotidianità personale e professionale. Anzi, ho mantenuto tutte le amicizie che avevo, sia in seno alla chiesa cattolica che tra gli ebrei. Devo confessare che quando ho deciso di rendere pubblica la mia conversione in un primo momento ho temuto per quelle che sarebbero potute essere le reazioni da parte del Ministero. Nulla di tutto questo. Soprattutto dal punto di vista professionale, forse avessi fatto un passo del genere negli anni ‘60 l’esito sarebbe stato diverso. Pensi che all’epoca un divorziato non poteva essere accreditato quale Ambasciatore presso la Santa Sede a Roma. Sono stato a New York per sei anni dopodiché mi sono trasferito a Riyad quando ero ormai già formalmente musulmano da sei anni. Ciò non ha avuto assolutamente alcuna influenza sulla mia scelta salvo concedermi la possibilità di poter fare più facilmente il pellegrinaggio alla Mecca

Tra le conversioni definite “relazionali” si parla esplicitamente di quelle avvenute per motivazioni non strettamente religiose. Un passo successivo o un diverso approccio è quello rappresentato dalle conversioni “razionali”, culmine di un cammino di ricerca. In quale di questi ambiti si inserisce la Sua esperienza ?

Assolutamente nell’ambito razionale, anche se devo dire che la maggior parte delle conversioni in Italia di persone di sesso maschile avviene per motivi relazionali, cioè per poter sposare una ragazza musulmana.

Una volta compiuto il passo, come ha vissuto la nuova appartenenza religiosa nei suoi tratti distintivi e fondamentali, cos’è cambiato a seguito di questo percorso nel quotidiano vissuto, in famiglia, al lavoro?

Come già detto non è cambiato nulla. Mia moglie è rimasta cattolica ed ha accettato serenamente la mia scelta. Anzi, per un certo periodo ha ricominciato ad andare a messa cosa che non faceva ormai da tempo. Devo dire però che durante la nostra permanenza a New York per un periodo era piuttosto seccata ma semplicemente perché le amiche le paventavano la possibilità che potessi diventare poligamo. E’ bastato rassicurarla (sorride, ndr).

La conversione, è un passaggio che segna differentemente i percorsi biografici femminili e quelli maschili?

Dal punto di vista dottrinale e della pratica religiosa non ci sono differenze tra uomo e donna. L’unico distinguo potrebbe essere ricercato nel fatto che in caso di matrimonio, la donna di fede islamica non è obbligata ad abbracciare quella del marito. Al contrario, l’uomo deve necessariamente convertirsi. La difformità, in questo caso, va ricercata nel fatto che la posizione predominante all’interno della famiglia è appannaggio degli uomini ed i figli devono essere allevati nell’Islam. Per quanto ci riguarda, onde evitare problemi, qui al Centro Islamico Culturale d’Italia siamo molto attenti e scrupolosi nel verificare la sussistenza di tutte le condizioni per un matrimonio valido. In particolare, per evitare casi di bigamia, quando uno dei nubendi è cittadino italiano chiediamo che venga esibito un certificato di matrimonio civile per poi procedere a redigere il contratto di matrimonio islamico.

Alla luce della Sua esperienza,cos’è per Lei l’Islam oggi ma, soprattutto, quali sono gli aspetti di somiglianza e di diversità fra la Sua ex religione e l’Islam? Qual è e come vive il rapporto individuo – collettività?

Nell’Islam c’è un rapporto meno stretto con la collettività, nel senso che in esso manca quella che nella religione cattolica è l’autorità centrale, sia un’autorità religiosa vera e propria in grado di dettare dottrine officiatorie valide erga omnes, sia un’autorità a livello locale. In sostanza, ognuno di noi vive la fede individualmente, partecipando ad attività sociali, di beneficenza o altro su base meramente volontaria e non sulla spinta di una struttura organizzata. E’ un rapporto molto informale basato sulla volontà di ciascuno. Non esiste il dogma dell’infallibilità pontificia, come quello dei cattolici che fu dettato da ragioni esclusivamente politiche volte a compensare la perdita del potere temporale. La differenza fondamentale risiede nel fatto che per l’Islam Gesù è un profeta seppur particolare nel senso che è stato l’unico ad essere stato concepito miracolosamente da una vergine e che non è morto ma è stato assunto in cielo. Direi che le similitudini sono tante, soprattutto per quanto concerne la visione dell’al di là, la resurrezione della carne il giorno del giudizio l’inferno ed il paradiso

A nostro avviso, i convertiti rappresentano un trait d’union tra la comunità islamica ed il resto della società ricoprendo un ruolo importante nell’Islam organizzato; certamente, è anche grazie a loro che l’Islam si è fatto più visibile nei media e più presente alle Istituzioni. Qual è stato l’atteggiamento della comunità nei Suoi confronti?E’ diverso l’ approccio ai temi ed alle problematiche di fede, sociali e politiche dell’Islam di un convertito?

E’ chiaro che l’educazione ricevuta in gioventù in qualche modo influenza l’approccio e si protrae ben oltre la conversione. Personalmente, su molte questioni ho un approccio non dico più razionale ma certamente più aperto rispetto a molti confratelli che vedono ed interpretano la religione in maniera molto più rigida, con interpretazioni che ritengo ingiustificatamente restrittive e che non tengono in conto i mutamenti della società.

In Italia l’Islam è la seconda religione. Sono circa 400 le moschee e i luoghi di culto islamici e sono quasi 300 gli imam per 1.354.000 fedeli: un imam ogni 5mila fedeli. È quanto rileva il Dossier Statistico Immigrazione 2010 redatto da Caritas/Migrantes. A questi luoghi di culto, prosegue il Dossier, vanno aggiunti 120 centri culturali e 275 associazioni islamiche. Si tratta di numeri che attestano quanto l’Islam sia parte integrante della nostra società. C’è chi parla di 10.000 chi addirittura di 60.000 convertiti. Quanti sono davvero? Un Suo commento su questi dati?

Con tutto il rispetto, devo confutare alcuni di questi dati. In Italia, le moschee che possono davvero definirsi tali sono solo due: quella di Roma e quella del cimitero di Segrate a Milano. In realtà, ce ne sarebbe anche una terza a Catania, finanziata dal colonnello Gheddafi che però non mi risulta sia stata mai aperta. Il resto sono luoghi di culto e si attestano tra i 750 e gli 800 stando alle ultime stime fornite dal Ministero degli Interni. In stragrande maggioranza si tratta di piccolissimi luoghi di culto anche se alcuni sono più grandi come quello di Brescia dell’Ucoii. Quanto agli Imam,la questione è delicata perché quelli formati per essere tali presso l’Università Al Azhar del Cairo, che hanno una formazione accademica mi risulta siano soltanto tre: uno a Roma, uno ad Ostia ed uno (credo) a Torino.Il resto lo sono informalmente, sono semplicemente coloro che guidano la preghiera. Quanto ai fedeli, si può ragionevolmente pensare che essi siano 1.500.000 (all’incirca) mentre i convertiti non superano le 15.000 unità, la maggior parte dei quali rappresentano conversioni relazionali. Sotto quest’aspetto c’è da sottolineare che molti dei convertiti motu proprio lo fanno in tarda età per un’esigenza di ascetismo aderendo per lo più a confraternite sufi.

Quella dell’Islam in Italia è una presenza antica che di recente ha conosciuto una accelerazione imprevista a causa dell’immigrazione. Sono almeno 10 le principali associazioni islamiche in Italia ufficialmente costituite. Non esiste però una intesa (ex art.8 della Costituzione) fra Stato Italiano e comunità islamica anche se esistono due bozze di discussione. Esiste forse un problema di reciproca organizzazione e riconoscimento tra le diverse comunità islamiche, un problema di rappresentanza?

Innanzitutto è utile procedere ad una precisazione sostanziale. La maggior parte delle associazioni sono registrate con atto notarile ma non sono riconosciute dallo Stato. L’unica  formalmente riconosciuta con DPR nel 1974 è il nostro Centro Islamico Culturale d’Italia.

Quanto alle intese esse presuppongono, appunto, il riconoscimento e la rappresentatività dell’associazione. Detto questo, attualmente ci sono in essere due vecchie intese – quella con i Testimoni di Geova e con Buddisti – firmate illo tempore dal governo D’Alema ma che tuttavia non sono mai state approvate per legge. Berlusconi, da parte sua, si è mostrato molto attento al problema ed ha da subito dimostrato ottime intenzioni in tal senso. Nel 2001 volle riavviare il discorso anche con riferimento all’Islam. All’epoca, riuscimmo a raggiungere un accordo informale con il Sottosegretario Letta. Esso prevedeva che nel caso in cui il Centro avesse eliminato dalla propria denominazione e dal proprio Statuto la dizione “culturale” – in quanto le intese sono negoziate con associazioni confessionali – ed attuato alcune modifiche statutarie si sarebbe aperto un tavolo negoziale. Non essendo riusciti a soddisfare rapidamente queste condizioni (che adesso lo sono) non si è riusciti a procedere in tal senso e temo che ciò non sarà possibile in un futuro immediato. Ciò vale più in generale anche per le altre confessioni.

Alcuni fatti di cronaca danno un immagine falsata dell’Islam. Esiste l’impressione, anche in conseguenza di questi fatti recenti, che un islam moderato faccia fatica ad affermarsi e che addirittura possa esistere come tale. Qual è la sua opinione?

Il problema del difficile rapporto tra l’islam e l’Occidente è di natura politica non di certo religiosa, così come politiche sono le radici del fondamentalismo. Nelle forme attuali, esso è nato nel secondo dopoguerra con la nascita di Israele e l’inizio del conflitto israelo palestinese. In seguito, in seno all’Islam sono nate correnti sempre più anti americane ed anti occidentali, alimentate dal dominio economico dell’occidente che ha creato una nuova forma di neocolonialismo che si è sostituito al vecchio colonialismo militare. Nei paesi islamici i giovani che non hanno di fronte a loro le stesse prospettive dei loro coetanei dei paesi sviluppati chiaramente non crescono ben disposti nei confronti dell’Occidente. Queste sono le ragioni che poi, purtroppo, si sono trasformate spesso in posizioni violente e radicali. Nella dottrina islamica non esiste nulla che spinga all’astio verso le altre religioni né, tantomeno, che induca al proselitismo inteso come sforzo attivo di convertire qualcun altro. La breve Sura 109 del Corano, che parla del rapporto tra le varie fedi, conclude con le parole “a te la tua strada e a me la mia”: il che significa la libertà, ed il diritto di andare ognuno per la propria strada. A tal proposito, nel Corano l’espressione jihad sta a significare lo sforzo che ciascuno deve fare per il bene ed evitare il male. Così come non esiste il concetto di Guerra Santa. Inoltre, c’è da aggiungere che il Corano, a differenza di quanto previsto da altre religioni, ammette esclusivamente la guerra di difesa mentre ad esempio secondo la Bibbia è permessa anche quella di conquista (Libro di Giosuè e la conquista della Terra Promessa). Di conseguenza, il concetto quaedista di Guerra Santa, di crociata contro l’occidente è una assurdità che va contro la dottrina e la religione. Purtroppo, le condizioni economiche e politiche della comunità internazionale sono quelle che sono; il giorno dopo l’11 settembre Bush jr venne fuori con la dichiarazione secondo la quale non era ulteriormente rinviabile la soluzione del conflitto israelo palestinese. Fu l’unica volta che egli citò il conflitto medio-orientale quale causa o concausa delle tensioni fra Islam ed occidente viste le reazioni di una certa parte che si sono immediatamente susseguite.

Esiste certamente un islam moderato soprattutto tra quelle fasce non politicizzate. Purtroppo, le correnti fondamentaliste riescono a fare proseliti e ad influenzare le masse anche a seguito di minacce, riuscendo ad ottenere un seguito apparentemente maggiore rispetto a quello che realmente hanno. L’islam autentico, che rispetta la dottrina, attualmente è certamente maggioritario seppur in difficoltà nel contenere spinte di un certo tipo.

Negli ultimi anni si è assistito alla crescita di un fronte islamico-liberale, che chiede riforme democratiche, multipartitismo; donne e uomini condividono sempre più valori di laicità e di cultura liberale e delle libertà. D’altronde, leggendo i grandi pensatori islamici ci si accorge che molti di questi ritengono che l’Islam sia, innanzitutto e soprattutto, una religione del dialogo e della fede. Qual’è il Suo parere sull’argomento e quali, a Suo avviso, i margini futuri di sviluppo di questa corrente?

Certamente, nei paesi islamici esiste una maggioranza silenziosa che chiede riforme, apertura, valori di laicità e libertà che si scontrano ancora con tradizioni abbastanza radicate. In molti paesi, anche in Iran, si stanno affermando correnti di pensiero che distinguono anche nel Corano fra la dottrina religiosa, ossia le Sure meccane, immutabili, e le norme racchiuse nel periodo medinese che riguardano il sociale e la politica che non hanno a che fare con la dottrina e che di conseguenza possono essere reinterpretate ed adeguate alle mutate condizioni sociali. Il libanese Mohamed Sammak, ad esempio, fa una distinzione molto precisa tra il testo del Corano e l’interpretazione che è un’opera umana ed in quanto tale fallibile e modificabile, che va certamente aggiornata secondo le mutate condizioni sociali. Pensi che la stessa Sharia è ormai ampiamente modificata in molti paesi. In Marocco, tanto per citare un esempio, è stato largamente riformato ed innovato il diritto di famiglia che è stato adeguato a standard quasi occidentali; in Tunisia è stata abolita la poligamia così come in Turchia, mentre in Marocco con la riforma essa è stata quasi abolita de facto. Nella stessa Arabia Saudita, ad eccezione dei membri della famiglia reale, la poligamia è scarsamente diffusa. La si può ancora trovare nei centri rurali. Dei sauditi che ho personalmente conosciuto, operatori economici, politici, etc nessuno era poligamo.

Una questione di estrema attualità: il divieto di indossare il niqab. La Francia ha già adottato una legge ad hoc. In Italia sono all’esame del parlamento alcuni disegni di legge. Modernità e tradizione, identità e futuro. E’possibile trovare una sintesi tra diverse esigenze e come?

Quello del niqab è un discorso altrettanto delicato. Di esso non c’è traccia nel Corano. Nel versetto 31 della Sura 24 della “Luce” è detto esclusivamente che le donne devono stendere un velo sui seni. Ci sono però delle espressioni che si prestano a delle interpretazioni estensive ma si tratta pur sempre di interpretazioni. Se facciamo riferimento alla Sunna, troviamo vari hadith che menzionano l’hidjab ma mai il niqab o il burqa. Dato che l’hidjab è menzionato nella Sunna, personalmente reputo che sia preferibile che le donne lo indossino. purché su base volontaria. Paradossalmente dove il hidjab non è prescritto per legge esso porta ad un risultato contrario a quello desiderato: anziché proteggere la modestia delle donne attira gli sguardi su di esse.

Un’ultima battuta sul Comitato per l’Islam. Lei si dimise nel corso della riunione di insediamento, polemizzando sulla circostanza che due tra i più importanti temi da affrontare, ossia la formazione degli imam e le moschee in Italia, fossero stati affidati a relatori non musulmani. Da allora è cambiato qualcosa?

Sul Comitato per l’Islam la mia posizione non è cambiata. Reputo che esso non sia in grado di ottemperare alle funzioni per cui era stato concepito.

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